Filippo Pirro e l’espressione poetica in lingua madre

La lingua prima

La lingua è un tratto identitario fondamentale, marcatore di appartenenza che definisce l’identità individuale e collettiva. Tra le lingue di cui si acquista padronanza, una si distingue e resta per sempre intimamente preferita, perché genera: fin nel grembo penetra con parole sussurrate, accompagna la suzione, rassicura durante i vagiti, agevola il sonno, veicola sicurezza. La madrelingua di Filippo Pirro è questo primo canto materno, colonna sonora della vita che esplode, che faccio fatica a definire dialetto: nome generico, dall’apparenza diminutiva, che sembra ridurre anche la qualità dei significati. Il fatto è che, a un certo punto della storia, le lingue regionali vengono surclassate da un toscano scelto come lingua nazionale di un popolo eterogeneo, addestrato a vergognarsi delle “malerbe”, scolarizzato con un italiano elitario che eleva gli istruiti nella scala sociale e chiede, con fare un tantino borioso, di sacrificare le oralità naturali, genuine, materne. E questo avviene anche in Toscana, perché l’italiano nasce come lingua alta più che quotidiana. E si fatica ad accettare che un dialetto possa assurgere a lingua della poesia, non solo folklorica ma intima, colta, letteraria.

Questo senso malinconico di ingiustizia trasuda dai versi di Pirro, da quelle parole dell’anima che egli sa così magistralmente intarsiare, parole di latte di un bimbo «scàveze ché pparla scchétte come l’à ffatte mamma./ Po li dite de gnòstre, lu grembiule,/ lu majèstre, la ferla, lu talijane./ […] Po l’università, libbre e giurnale,/ e chiane chiane ce sderrupa mbétte/ lu munne delli Tata1», scriverà in La paròla scappata2, cioè il lapsus di un maestro elementare, una parola in volgare che gli scappa di bocca mentre sta usando la lingua del Manzoni («no nzape mmócca come ce la tròva – non sa in bocca come se la trova»). Ma Filippo – “studente che studia”, universitario a Torino, insegnante di Italiano – alla lingua materna sapientemente si àncora. Nell’ideare il logo de La Putèca – l’officina letteraria degli autori nel dialetto garganico di San Marco in Lamis, di cui è cofondatore e parte attiva – vi inserisce un significativo acronimo: «L’arte vonne spusà cu ll’amecizia:/ Adda jesse na scòla adova tutte/ Ponne purtà nu ragge de puesia./ Uardiane accorte ognune, pe salvà/ Tutte li còse bbelle de stu funne/ E soprattutte la parlata nòstra,/ Ché ssola veramende ce pò dice/ Angora chija sime e adova jame – L’arte vogliono sposare con l’amicizia:/ deve essere una scuola dove tutti/ potessero portare un raggio di poesia./ Guardiano accorto ognuno, per salvare/ tutte le cose belle di questa valle/ e soprattutto la parlata nostra,/ che sola ci può dire/ ancora chi siamo e dove andiamo».

Il compimento di una profezia

Nel 1977 si pubblica il poemetto Lu trajone3 e nel 1982 le poesie dialettali (con titolo La prèta favedda4 e illustrazioni dello stesso Pirro) di Francesco Paolo Borazio, un autore che funge un po’ da stella polare: si respira in molta produzione locale successiva, se è vero che dai tratti somatici ce addevina la streppima, si intuisce un’appartenenza. Si compie la profezia annunciata dai curatori, che scrivevano: «Lu trajone e La prèta favedda, se non ambiscono a fondare una tradizione, possono forse aspirare ad aprire un varco per un ruolo di genuina espressione popolare»5. Una felice premonizione, dunque, che oggi – a leggere Pirro e i diversi autori conterranei degli ultimi decenni – sa di profezia compiuta, che anzi continua a compiersi.

Altro grande nome caro a Filippo Pirro è quello di Joseph Tusiani, fonte d’ispirazione alta, magnete di emozione e fervore creativo. I due si legano significativamente e Filippo ne succhia tutto il νόστος, quell’ideale che faceva onore agli eroi greci che ambivano a tornare al focolare. Da questo valore si lascia permeare. Con una differenza, però: Tusiani perde il nido nello spazio e lo cristallizza, Pirro lo perde nel tempo e, forse con maggior sofferenza, assiste la madre-cultura-contadina riempirsi di rughe, poi agonizzante, poi l’accompagna al camposanto con tutto il suo corredo antropologico. È assodato che «il Gargano sollecita nostalgie non solo in chi ne è lontano, ma in chi ci vive. E se non è nostalgia geografica […] è pur sempre una forma di nostos: ritorno all’infanzia, al passato, alla memoria, […] all’utero materno»6.

Le creazioni in lingua madre

Accanto alla ventina di pubblicazioni in italiano (poesie e riproduzioni figurative), la creazione in lingua madre è di altrettanto notevole spessore. Se l’esordio in italiano risale al 1975 (con La caduta dei valori7), quello in dialetto sopraggiunge formalmente dopo un ventennio (1995) con Canto litico8, un dramma in nove scene con prologo ed epilogo, composto col figlio Antonio, ambientato nello scenario naturale di una “dolina incantata”, e colpisce per bellezza e sacralità. Rappresenta una sorta di conversione al dialetto che non è, però, abbandono di una lingua a favore esclusivo dell’altra ma piuttosto serena convivenza. Il prologo è un dialogo lento tra il vento e gli alberi, da cui traspare la nostalgia per i tempi in cui l’uomo riusciva a convivere armonicamente con la natura e l’angoscia per l’evolversi insperato di questo rapporto. Poi il risveglio e l’intreccio di tredici personaggi scolpiti o dipinti tutt’intorno sulle fiancate della dolina, che narrano le proprie misere condizioni di vita ma consapevoli della valenza dei propri vissuti che, pur atroci, suscitano paradossale nostalgia nell’uomo d’oggi.

Le canzoni raccolte in Mettìmece a candà… ma pe ppenzà!9 (1996) sono «pensate per riflettere cantando […]: una denuncia non urlata ma contrappuntata da divertiti frizzi e lazzi carosoniani, raddolcita da un pizzico di nostalgia»10. È quello «stringente orgoglio della provincia, del paese, della piccola patria, delle radici: necessario per affrontare il mondo globalizzato, crogiuolo di lingue, culture, miti, confronti ideali. […] È il moto, la ricerca, l’aspirazione a fare delle antiche parole la scoperta di un nuovo senso umano»11. La gran parte dei testi e delle musiche è di Pirro (altri di Di Giacomo, Fulgaro, Tusiani), scritta in napoletano (Comme na vòta, Rascca e vinge, Pubblicità, ’O céllulàre, Bbiutifulle, L’oroscopo, Tòppemòdèlle), un testo è in italiano e tre in sammarchese (Nàpule allu tratture, Natale, La sera la viggilia). Egli riveriva la lingua napoletana, la sentiva κοινὴ: i dialetti del centro-nord pugliese appartengono, infatti, al gruppo napoletano-barese dell’area meridionale12.

Altre tre poesie in musica diffonde in proprio: Li màscchere13 (1996), lunga filastrocca di nomignoli ed episodi carnascialeschi; Lu cumménde ngiele14 (1999) esalta le note del coro gregoriano che allieta le domeniche del santuario di San Matteo, trasfigurandolo e facendolo librare; e Spusalizie de vérne. Cantico per le sacre nozze di Francesco e Madonna Povertà15 (1999), dedicato ai giovani laici francescani, in quartine di endecasillabi (sua misura preferita).

Ancora, nel 1996, Natale inde lu Scalone16, un dramma autobiografico con dodici personaggi (tra cui un Filippo bambino e un Filippo adulto) che rivivono storie e rapporti genuini nel tepore della strata; e la raccolta Natale17: quattro poesie dialettali fra altre in italiano (La sera la viggilia, Lu Bbambenédde, Natale), più una con strofe italiane, dialettali e titolo inglese (Christmas).

Nel 2005 la raccolta La paròla scappata18: ventidue liriche create tra il 1982 e il 2002: accanto a pezzi già noti compaiono La Cannélla, Capedanne, Lu cungertine, La paròla scappata, Lu rane, ‘Nglòria, Madonna de Stignane, L’acròsteche, Puzzatina, La sugghiétta, Li jaròfene, La vuscica, La trènnela, La vutaredda, Lu spricchiale, Nuvémbre, Cumbièta, Fulippe.

L’ultima poesia edita, Venardissande, è in Fòchera mbétte mestecate19, un mosaico di versi di autori locali sulla Passione, intrecciati a farne canto sintonico, che io stesso ho curato nel 2011 con una tela di Filippo riprodotta in copertina.

Sopraggiunge la scomparsa (2013) e restano sul PC altre ventisei poesie dialettali, tutt’oggi inedite, composte presumibilmente – si evince da dettagli e metadati – tra il 2004 e il 2011: Accorte allu uebbe, Ce steva nu meninne, Grande Blek, La carruzzedda, La crócia, La lenderna, La mureja, La musa ngazzata-Rime jastumate, La nevara, La summeragghia, Li masccarédde, Li mise dell’anne: Jennare-Febbraje-Dicémbre, Lu cambanare, Lu catenédde (con strofe italiane e dialettali), Lu fuse, Lu murianétte, Lu respétte, Lu Sendiere, L’ùtema fila, Munnézza, Scumbennènne, Sgrògnera, Stévene doi menénne, Tu mo ché sta’ jettate inde lu bbarre. In realtà, appunti e ritagli sparsi danno l’impressione che alcune sarebbero più risalenti, successivamente recuperate e digitalizzate dalle carte di una vita; è il caso sicuro de La Paròla scappata, che un ritaglio di stampa fa risalire almeno al 1987 (con titolo La paròla). Un buon numero di esse è raggruppato nel file nominato Sgrògnera, in cui il titolo della prima poesia (Sgrògnera) ha maggior risalto grafico: l’autore avrà pensato, sulle prime, a una raccolta. Così anche per i file In controcanto e Lu spricchiale. Le tre poesie sui mesi sono nel file Li mise dell’anne, in evidente attesa di completamento. In ogni modo, composizioni tutte meritevoli di attenta edizione. Sono poi digitati (nel file Sgrògnera) due titoli isolati (Lu lavature, La zannagghiedda) con spazio sottostante in bianco: ne avrà intanto ideato il proposito. E chissà quali e quanti altri i propositi di quella mente prolifica e geniale.

Se vari sono i temi toccati, tutti toccano. La vena nostalgica è come una sottotrama che intreccia i valori antichi a ogni nuovo respiro, che il poeta però «cerca di irrobustire con la problematica del loro integrarsi nel mondo nuovo»20.

Il Pirro dialettale si può collocare, così, «sul versante della tradizione digiacomiana (il dialogo in versi, la canzone, il patetico) che si intride di inquietudini associate a strutture colte, che la sospingono verso la soglia espressiva oggi intesa come neodialettalità»21. E difatti si coglie un certo progressivo consapevole distacco dai moduli tradizionali, da toni popolareggianti e quadretti bozzettistici, a favore di espressioni esistenziali, retrospettive. Il poeta «sceglie le parole del suo piccolo mondo come misura di tutte le cose»22, le sgancia dal contesto geoculturale proprio – garganico, in questo caso – e ne fa veicolo di emozioni universali, condivisibili dall’umanità intera.

Filippo Pirro (San Marco in Lamis 1944-2013) è stato un docente, scrittore, pittore, scultore, incisore, musicista. Ha creato sul Gargano il parco poetico-naturalistico e centro culturale “Il Sentiero dell’anima”.

Bibliografia in lingua madre

EDITA (in ordine cronologico di pubblicazione)

  • Canto litico (dramma), con Antonio Pirro, Torre Mileto, [dattiloscritto], 1995;
  • Li màscchere [Le maschere], (poesia e musica), s.l., [dattiloscritto], 1996;
  • Mettìmece a candà… ma pe ppenzà! [Mettiamoci a cantare… ma per pensare!], (poesie e musica), s.l., [dattiloscritto], 1996;
  • Natale inde lu Scalone [Natale nello Scalone], (dramma), [dattiloscritto], 1996;
  • Natale, (quattro poesie dialettali fra altre in Italiano), Foggia, Grafilandia, 1996;
  • Spusalizie de vérne [Sposalizio invernale], (poesia e musica), s.l., [dattiloscritto], 1999;
  • Lu cumménde ngiele [Il convento in cielo], (poesia e musica), s.l., [dattiloscritto], 1999;
  • La paròla scappata [Il lapsus], (raccolta), s.l., [dattiloscritto], 2005;
  • Venardissande [Venerdì Santo], (poesia), in Luigi Ianzano (a cura di), Fòchera mbétte mestecate. Afflati di Passione in vernacolo garganico, Boragrafiche, San Marco in Lamis, 2011, pp. 5 e 14.

INEDITA (in ordine alfabetico)

  • Accorte allu uebbe [Attenti al web], (poesia), 2010;
  • Ce steva nu meninne [C’era un bimbo], (poesia), 2009;
  • Grande Blek (poesia), 2011;
  • La carruzzedda [Il monopattino], (poesia), 2011;
  • La crócia – Gghianca è lla vadda e mo ssule te vede [La croce – Bianca è la valle e ora solo ti vedo], (poesia), 2010;
  • La lenderna [La lanterna], (poesia), 2011;
  • La mureja [L’ombra], (poesia), 2011;
  • La musa ngazzata-Rime jastumate [La musa arrabbiata-Rime bestemmiate], (poesia), 2011;
  • La nevara [La neviera], (poesia), 2010;
  • La summeragghia [La medaglietta], (poesia), 2011;
  • Li mascarédde [Le figurine], (poesia), 2011;
  • Li mise de ll’anne: Jennare [I mesi dell’anno: Gennaio], (poesia), 2004;
  • Li mise de ll’anne: Febbraje [I mesi dell’anno: Febbraio], (poesia), 2010;
  • Li mise de ll’anne: Dicémbre [I mesi dell’anno: Dicembre], (poesia), 2010;
  • Lu cambanare [Il campanile], (poesia), 2011;
  • Lu catenédde [L’anello di ferro], (poesia), 2011;
  • Lu fuse [Il fuso], (poesia), 2011;
  • Lu murianétte [L’armonica], (poesia), 2009;
  • Lu respétte [Il rispetto], (poesia), 2011;
  • Lu Sendiere [Il Sentiero], (poesia), 2011;
  • L’ùtema fila [L’ultima fila], (poesia), 2011;
  • Munnézza [Immondizia], (poesia), 2011;
  • Scumbennènne [Rovistando], (poesia), 2011;
  • Sgrògnera [Ciarpame], (poesia), 2011;
  • Stévene doi menénne [C’erano due bimbe], (poesia), 2009;
  • Tu mo ché sta’ jettate inde lu bbarre [Tu ora che sei adagiato nel bar], (poesia), 2011.

  1. [che parla schietto come l’ha fatto mamma. / Poi le dita d’inchiostro, il grembiule, / il maestro, la bacchetta, l’italiano / […] Poi l’università, libri e giornali, / e piano piano si sgretola nel petto / il mondo dei Padri] ↩︎
  2. F. Pirro, La paròla scappata [Il lapsus], (poesia), 1987, in La paròla scappata, (raccolta), s.l., [dattiloscritto], 2005, vv. 22-27. ↩︎
  3. F. P. Borazio, Lu trajone [Il dragone]: poemetto eroicomico in vernacolo garganico, testo con versione italiana e appendici a cura di M. Coco, A. Motta e C. Siani, saggio introduttivo di F. Sabatini, illustrazioni di F. Pirro, QS edizioni, San Marco in Lamis, 1977. ↩︎
  4. F. P. Borazio, La prèta favedda [L’eco]: poesie in vernacolo garganico, cronologia bibliografia e apparato critico a cura di S. D’Amaro, A. Motta e C. Siani, prefazione di T. De Mauro, QS edizioni, San Marco in Lamis, 1982. ↩︎
  5. Ivi, Vertenza, p. 5. ↩︎
  6. C. Siani, Microletteratura: scrittori e scrittura a San Marco in Lamis nel Gargano, QS edizioni, San Marco in Lamis, 1995, p. 18. ↩︎
  7. F. Pirro, La caduta dei valori, Galleria Torre, Torino, 1975. ↩︎
  8. F. Pirro, A. Pirro, Canto litico (dramma), [dattiloscritto], Torre Mileto, 1995. ↩︎
  9. F. Pirro, Mettìmece a candà… ma pe ppenzà! [Mettiamoci a cantare… ma per pensare!], (poesie e musica), s.l., [dattiloscritto], 1996. ↩︎
  10. Ivi, Presentazione, p. 3. ↩︎
  11. S. D’Amaro, Sei voci per una terra, in Voci del tempo: la Puglia dei poeti dialettali, Gelsorosso, Bari, 2011, p. 5. ↩︎
  12. Cfr. F. Granatiero, Puglia e Puglie, in S. D’Amaro (a cura di), Voci del tempo, cit., p. 19. ↩︎
  13. F. Pirro, Li màscchere [Le maschere], (filastrocca e musica), s.l., [dattiloscritto], 1996. ↩︎
  14. F. Pirro, Lu cumménde ngiele [Il convento in cielo], (poesia e musica), s.l., [dattiloscritto], 1999. ↩︎
  15. F. Pirro, Spusalizie de vérne [Sposalizio d’inverno], (poesia e musica), s.l., [dattiloscritto], 1999. ↩︎
  16. F. Pirro, Natale inde lu Scalone [Natale nello Scalone], (dramma), [dattiloscritto], 1996. ↩︎
  17. F. Pirro, Natale, Grafilandia, Foggia, 1996. ↩︎
  18. F. Pirro, La paròla scappata, cit. ↩︎
  19. F. Pirro, Venardissande [Venerdì Santo], (poesia), in L. Ianzano (a cura di), Fòchera mbétte mestecate: afflati di Passione in vernacolo garganico, s.e., San Marco in Lamis, 2011, pp. 5 e 14. ↩︎
  20. C. Siani, Microletteratura, cit., p. 26. ↩︎
  21. C. Siani, in S. D’Amaro, M. Di Sabato, C. Siani, Poesia dialettale della Capitanata. Tavoliere – Subappennino – Gargano, Cofine, Roma, 1997, p. 50. ↩︎
  22. F. Granatiero, Puglia e Puglie, in S. D’Amaro (a cura di), Voci del tempo, cit., p. 19. ↩︎
  23. F. Pirro, La vuscica [La bolla di sapone], in La paròla scappata, cit. ↩︎
  24. [Un grillo di bimbo salta e grida: / l’occhio incantato, la boccuccia aperta / si porta in cielo una bolla d’oro. // Sui coppi vola, scintilla / e dolce dolce cala, poi un refolo / di vento ritorna a farla decollare. // Ma con un niente scoppia quella stella / di vetro e d’acqua e al bambino tutta / gli muore in bocca l’allegrezza, e amara // una goccia di lisciva cola in terra] ↩︎