Joseph Tusiani a 360 gradi

Tre interventi in occasione degli ottant‘anni dell’autore

Tusiani in dialetto

[Conferenza alla Biblioteca ‘Rodari’ di Roma, 5 maggio 2004]

Per chi conosce Tusiani come poeta in inglese e traduttore di grandi classici italiani, parlare della sua dialettalità, della sua produzione nel dialetto garganico di San Marco in Lamis può suonare strano e finanche straniante. Ci si può subito chiedere come può un autore, per tanto tempo immerso in un’altra lingua e nell’insegnamento dell’alta letteratura, tornare con tanta passione, con tanta insistenza al suo antico dialetto materno. Ci sono, per ora, alcune spiegazioni squisitamente extratestuali. Il ritorno frequente, anzi ormai regolare, anno dopo anno, a San Marco in Lamis, la pubblicazione dei testi in un’apposita collana editoriale, la popolarità di cui l’autore gode nella terra d’origine ecc. Inevitabile che una situazione favorevole come questa abbia finito per stimolare ulteriormente alla scelta del dialetto materno. Ma si tratta pur sempre di spiegazioni che restano esterne.

La ragione più vera, più intima, invece, sembra risiedere nella necessità, da parte di Tusiani, di ritrovare e poi di riavvolgere uno dei bandoli fondamentali della sua esperienza. Col dialetto, parlato nel corso di lunghi anni con la madre, Tusiani riapproda di nuovo alla sua patria d’origine, al suo paese d’innocenza, al suo villaggio della memoria. Da lingua orale la trasforma più compiutamente in lingua scritta, da lingua naturale la trasforma sempre più coscientemente in lingua letteraria. Tusiani torna all’arché, all’inizio del suo viaggio, ma è come se approdasse ad una terra vista per la prima volta, ritrova l’antico puer, la verginità dell’occhio ancestrale. È come se il dialetto riattivasse un’altra frontiera della sua espressione plurilinguistica e gli permettesse questo dialogo intimo con la sua coscienza, col cuore antico della sua patria geografica e spirituale. Per chi ha varcato l’oceano, per chi è entrato in un altro sistema del mondo, il dialetto suona proprio come un’infanzia, ha una funzione che potremmo dire molto vicina a quella di scrittori come Pavese e Vittorini, anch’essi oscillanti tra il paese e l’America (anche se la loro era un’America mitica, piuttosto che effettivamente vissuta). Per Tusiani, d’altronde, si potrebbe avanzare anche un’altra ipotesi: che la scelta rinnovata del dialetto o la scelta in età matura di esso (un po’ come hanno fatto altri suoi coetanei, Tonino Guerra o Albino Pierro) sia dovuta anche al bisogno crescente di una “localizzazione”, a confronto con una sempre più evidente globalizzazione. Ma resteremmo sempre nel campo delle ipotesi e al massimo potremmo guardare ad un’altra coppia oppositiva: mediterraneità vs west, umile Italia vs alta America.

Forse, allora, è meglio, dopo questo preambolo, venire all’effettiva produzione dialettale di Tusiani. Non ne tratterò qui in maniera completa, sorvolando su alcuni singoli libri, e prendendone, viceversa, in considerazione, altri su cui vorrei fermare di più l’attenzione.

Il primo volumetto dialettale di Tusiani risale a quasi cinquant’anni fa. Si intitola Làcreme e sciure [Lacrime e fiori]. Era stato giusto un riassaggio del dialetto materno dopo il primo rientro in Italia del ’54, e allora aveva funzionato come una specie di “nontiscordardimè”. Da quel primo libretto dovevano passare oltre vent’anni per arrivare a Tìreca tàreca [Tira e molla] del ’78. Poi di nuovo il silenzio e dal ’91 ecco gorgogliare come un fiume in piena la stagione più propizia per far germinare la pianta dialettale. Dal ’91, infatti, si può contare, quasi ogni anno, un nuovo appuntamento di Tusiani con la lingua antica del Gargano. Ho già notato in qualche altra occasione che il ritorno di Tusiani al dialetto non è un semplice ritorno, ma si situa all’interno di un viaggio più complessivo. Il viaggio è una dimensione importante delle vicende del nostro autore anche in senso metaforico: viaggio tra due sponde, viaggio tra due culture, due lingue ecc. La vicenda di Tusiani è la vicenda dello scrittore contemporaneo: più specificamente, viaggiare tra dialetto del villaggio d’origine e lingua o superlingua del villaggio globale, oscillazione tra un luogo ed un altro, tra un pezzo d’identità ed un altro, tra umili certezze mediterranee e rischiose proiezioni oltre la frontiera di un proprio ben individuato west. Si potrebbe addirittura dire che Tusiani “scriva perennemente in traduzione“, come afferma Daniele M. Pegorari alludendo al poeta irlandese Seamus Heaney. E diciamo qui traduzione non a caso, vista la passione traduttoria di Tusiani, ma visto anche il significato metaforico della parola, un “trasferimento” che è un rapporto, “la ricerca – e cito di nuovo Pegorari – di una relazione con un luogo concreto, carico di una memoria privata e storica ripetutamente sottratta e riacquistata”.

Più si va americanizzando, insomma, più Tusiani sembra voler chiarire il percorso che si vuol dare, la terra da cui vuol partire e a cui effettivamente vuole arrivare, l’umanità che gli è più congeniale. E, del resto, andando in America non incontra soltanto l’America: incontra l’America fatta di tante nazioni, l’America degli italiani, dei compaesani, l’America del padre Michele. Per emanciparsi, per seguire le proprie ambizioni sa che deve americanizzarsi, deve diventare, da Giuseppe, Joseph, riversando nella nuova lingua l’intera gamma delle sue certezze e dei suoi dubbi, ma poi, proprio perché l’unità-uomo non si può spezzare, egli ritrova costantemente nella sua famiglia l’origine del suo essere, ne fa lo specchio di un passato inconfutabile, anzi senz’altro essenziale alla sua stessa consistenza esistenziale. Attraverso questi due territori passa il viaggio esemplare di un uomo fermamente impegnato nella ricerca della sua terra promessa, che oscilla tra l’eden originario e le guglie di Manhattan. L’uomo può rinnovarsi, può rinascere soltanto se accetta il prima e il dopo della sua condizione, la lingua materna e la lingua acquisita, la parte razionale e la parte emotiva della sua costituzione.

L’opera di Tusiani sembra così situarsi in un ambito che è di squisito carattere novecentesco, con tutte le sue ascendenze esistenzialistiche e spiritualistiche, e insieme di tipica testimonianza di sradicamento culturale: con una comune sottostante allegoria che sa di Ulisse e di Bibbia, di tradizione laico-classicista e di tradizione religiosa. Ed è l’allegoria della perdita e del recupero del paradiso perduto, attraverso la caduta, l’esilio, il viaggio, la peregrinazione, il ritorno. Anche Tusiani si sente un tipico viandante e rafforza decisamente questa sua condizione con l’esperienza migratoria: ormai la coscienza è informata a questo orizzonte in continuo movimento tra piani diversi di esperienza, in cui rimane costante però la meta finale di conciliazione, lo sforzo di rintracciare un significato unitario e di dare un nome al processo di conoscenza. La convivenza di sfere concentriche nell’opera di Tusiani è attestata dal suo plurilinguismo, dal suo destreggiarsi senza gerarchie tra italiano e inglese, dialetto e latino. È un fatto, questo, notevole e alquanto inedito, poiché nel gioco dell’espressione entra anche il latino, che qui potremmo chiamare la lingua antica, la parola primigenia. E mentre il latino funge però da lingua intima dell’autore, il dialetto, fissato nella memoria e tenuto costantemente in vita dalla madre nel dialogo col figlio, assume valenze diverse, si incarica via via di veicolare la voce del fanciullino e poi pian piano riscopre i mondi della memoria, del sogno, della povertà, della realtà, della leggenda e finanche del melodramma. Giustamente, come ha scritto Cosma Siani, il dialetto dell’autore pertiene all’ambito della produzione dialettale e, insieme, è apparentabile alla produzione etnico-tradizionale: è endofasico, cioè, e latamente, generosamente narrativo, accoglie e trasforma forme, reinventa esperimenti lirici ed esiti poematici, in una parola soddisfa l’intera gamma delle esigenze di rappresentazione artistica del nostro.

Dopo la favola bestiaria di Annemale parlante e la parentesi lirico-elegiaca de Li quatte staggione [questi e tutti gli altri libri presi in esame sono stati pubblicati dai Quaderni del Sud, una piccola casa editrice diretta da A. Motta a San Marco in Lamis: la traduzione di questi testi è stata affidata quasi sempre ad Anna Siani], Tusiani si è più spesso provato con la misura del poemetto, dandogli anche una veste eroicomica come ne La poceide (ovvero “Le avventure di una pulce”: ma il titolo gioca anche col cognome di messer Luigi Pulci, il cui Morgante Tusiani stava in quegli anni ancora traducendo in inglese): qui una pulce e una zanzara, colpite dal colesterolo contratto nel pungere le grasse carni dei cittadini di San Marco in Lamis, cercano una cura, coinvolgono un sindaco e Brigitte Bardot, scomodano San Francesco e alla fine costringono gli uomini, convertiti alla saggezza, ad adeguarsi ad una dieta più vegetariana.

Una gustosa parabola, in cui la pulce del dialetto gioca il suo confronto con la peste della modernità, e in cui dietro lo scherzoso capovolgimento uomo-animale c’è il retroscena particolare di una coscienza. Come a dire che Tusiani trasporta nel luogo privilegiato della sua bottega dialettale il problema pungente di una degenerazione di valori (il colesterolo sta ad indicare i nuovi mostri comportamentali: avidità, consumismo, ecc.), desiderando in realtà esorcizzare, sotto l’ala della figurazione comico- parodistica, l’incombente rischio che corre il suo ‘’mondo’’ insieme al mondo più generale.

Il Tusiani dialettale esibisce una gamma estesa di accorgimenti lessicali (inserti colti, giochi di parole, parole della scienza) e di registri (da quello aulico a quello burocratico e plebeo), sì che questa sua nuova dimensione espressiva, ispirata a uno scaltro uso della tradizione favolistica, ne esce come irrobustita e l’esito pacificatorio del dramma ricompone, anche se per un momento, l’inquietudine dell’autore. Il messaggio è: il mio “villaggio” è salvo, ha riacquistato la salute, l’origine prima del mio essere integra ed è ancora capace di farmi accettare il mio destino di emigrato in altre lingue.

Ancora sorride la musa dialettale di Tusiani nel poemetto del ’97 Na vota è ‘mpise Cola. La favola di Cola (ovvero Nicola Bajalardo, scialacquatore di ricchezze, caduto in disgrazia e risorto alla saggezza grazie ad un tentato suicidio) ripete antiche trame narrative popolari e più dotti addentellati di gusto – da Shakespeare all’allegoria medievale di Everyman, al Morgante del Pulci – con tanta goduta cucina espressiva e tecnica (qui il distico a rima baciata), che è difficile non assimilarlo all’allegra brigata di tanta letteratura dialettale. In questo libro Tusiani raggiunge, malgrado le contaminazioni letterarie, gli innesti dotti, la tecnica più ardita, una sua vena di umori forti, di unghiate comiche, di allusioni sanguigne che affondano nella lingua aspramente realistica dei vicoli e dei bassi di un lontano mondo contadino. La tendenza al gioco, al divertissement misto di erudizione e di tradizione popolaresca, raggiunge in questa ulteriore prova di Tusiani un sapiente dosaggio di bilance e dà il destro ad una lettura piacevole ed efficacemente evocativa.

Finzione realistica, allegoria biblica, leggenda storica. Tusiani percorre tutte le strade, rivisita tradizioni religiose e memoria popolare. Ne Lu ponte de sòla [Il ponte di cuoio], l’autore rivisita finanche il medioevo gotico-romantico e corre vicino a certa sensibilità melodrammatica, alla quale il nostro è molto affezionato. Chi conosce Tusiani sa quanto ami l’opera lirica e come abbia composto in passato anche opere teatrali o che al teatro sono molto vicine: basti citare Se l’oro arrugginisse, Marsia, Il Cireneo, Caino.

Lu ponte de sòla racconta con tinte misteriose il lontano colpo di fulmine tra un principe saraceno, Amarante, e una dolce principessa cristiana, Antea. I due vivono nelle rispettive regge arroccate su due rotonde asperità garganiche, Monte della Donna e Castelpagano (volgarmente detto “Castedde”), l’una all’altra di fronte e separate dalla piana dell’Alto Tavoliere. Tusiani riprende un vecchio progetto steso in inglese nei primi anni ’60 e rimasto inedito, The Bridge of Leather – A play in three acts. La terra d’origine gorgoglia con le sue memorie rampicanti e trova qui ancora l’agile travaso da una lingua all’altra, a conferma della particolare disposizione plurilinguistica dell’autore. Tusiani, dunque, entra ed esce da una lingua ad un’altra, dagli orizzonti dell’occidente plana sulle radure carsiche del suo Sud e ne riacquista d’istinto la voce. Sul Monte della Donna e specie su quello di Castelpagano aleggia il fantasma di un fosco medioevo, folto di fortezze torreggianti, di fragori di armi, di torce che bruciano come le passioni. Questo mondo lontano si agglutina attorno al più misterioso dei sentimenti, l’amore, permette all’autore di scegliere per questa sua opera gotico-romantica gli accenti e le tonalità del melodramma. In questo senso Lu ponte de sòla, pur non rappresentando una novità assoluta nella produzione di Tusiani, si impone e per l’audacia compositiva di ben dieci canti (finora il libro dialettale più folto), organizzati in sonanti endecasillabi, e per l’ingegnosità della trama. Il principe Amarante, per coronare il suo sogno d’amore, promette in pegno ad Antea un ponte lunghissimo di cuoio che unisca le due vette montuose dove stanno i loro regni. Pegno meraviglioso e terribile: per ricavare il cuoio necessario a tanta impresa è necessario scannare tutti gli animali, ovini e bovini, a disposizione. Scorrono fiumi di sangue ed è Satana che lo vuole, così com’è lui che arma la mano di ignoti che bruciano il cuoio ormai pronto. Non resta ai due amanti che il sogno: il ponte non sarà di cuoio ma di sole (e il dialetto gioca felicemente sull’equivoco delle parole ‘sòla-sole’), sarà un arcobaleno dal quale i due, credendo di poter camminare, precipiteranno nel sottostante baratro. Si svolge così il destino crudele delle illusioni più nobili, degli ideali di eternità e di beatitudine.

Dell’anno successivo è La prima cumpagnia, libro di un ideale pellegrinaggio alla Grotta di San Michele a Monte S. Angelo, fatto nell’eccezionale compagnia di San Francesco d’Assisi. Riprendendo un vecchio testo poetico in italiano degli anni ’50, Lo speco celeste, Tusiani sembra qui identificarsi letteralmente con San Francesco, sulla scorta di una leggenda che vuole il santo di passaggio sulla via dei romei che vanno a Monte S. Angelo. E non a caso San Francesco si ferma a San Marco in Lamis, fa sosta nel quartiere della “Palude” (il quartiere dell’infanzia e dell’adolescenza del nostro), si aggrega poi alla “compagnia”, cioè al gruppo di devoti che armati di una croce e di uno stendardo compiono, il lunedì della terza settimana di maggio, il loro viaggio garganico. Il viaggio è accompagnato da portenti e da scenette esilaranti, gioiose, stimolate soprattutto dal personaggio di fra’ Leone, una sorta di Sancho Panza. Il significato del pellegrinaggio di Tusiani forse sta nel riattraversare il cammino della vita, ritrovare l’essenzialità del messaggio cristiano, riportare tutto ai punti salienti del mistero della natura e di Dio. Tutto questo lo si può fare solo abbandonando le ambiguità, le ambizioni, il gioco delle parti: ritornando limpidi, dopo che il fiume che noi siamo si è arricchito delle impurità del percorso e si è intorbidito, si è macerato sulla pietra, si è confuso col fango, si è nascosto tra i cespugli sulle rive. Arrivare significa semplicemente fare i conti con la propria umanità primigenia, risentire pura e forte la propria anima.

Non uno, ma due libri dialettali ci ha regalato nel 2003 Joseph Tusiani, nel consueto ritorno alla sua terra natale. I libri s’intitolano Lu cunte de Pasqua e La tomba de Patre Pi’. Il primo è una favola pasquale in forma drammaturgica (un atto unico in tre scene), il secondo è un poemetto in quattro parti, svolto nella finzione di un lungo sogno. Tusiani sembra insistere così con personaggi religiosi, con modelli vigorosamente morali. Di fronte allo smarrimento dell’uomo contemporaneo egli indica con certezza la vera dimensione della felicità, l’essenziale cuore delle cose. Dappertutto è sofferenza, sfrenata ambizione, sconfinata superbia: un messaggio che sia finalmente controcorrente è quello che, secondo Tusiani, riporta al cristianesimo originario, alla fede fondamentale in un dio di resurrezione e di speranza.

Ne Lu cunte de Pasqua (il cui testo è stato rappresentato, nell’ambito del progetto interculturale “Il poeta e il suo dialetto” curato da Lucia Vitale, in alcune scuole elementari di Margherita di Savoia, San Ferdinando di Puglia e Trinitapoli), l’ora della resurrezione è affidata ai più umili, ai malati, agli emarginati. Tra le povere case di un borgo-presepe, nei giorni in cui il Cristo si immola sulla croce, vivono Rachele, una donna paralitica, e la figlia fanciulla Esterina. Sono ore cruciali per il futuro di Rachele, ore gloriose per Esterina (che bel nome, quanto mai indovinato come simbolo stesso di una tenera, possente fede!). Il miracolo della rinascita si compie, con la naturalezza e la forza che sta nelle cose semplici: sono queste che possono mettere in contatto col soprannaturale, con esperienze ritenute impossibili.

Ancora nella dimensione dell’immateriale e del mistero ci trasporta il testo de La tomba di Patre Pi’. Il santo più famoso del Gargano è un personaggio molto caro alla memoria di Tusiani, che in un lontano scritto (poi tradotto recentemente in italiano) ricorda di aver servito da chierichetto al frate cappuccino nelle messe sangiovannesi degli anni Trenta. Questo poemetto (formato da quattro canti di endecasillabi sciolti, a cui fanno da introduzione, per ogni canto, tre sestine tramate di ricordi e di riflessioni) si svolge nell’immaginazione dell’autore come un sogno. Ma questo espediente permette a lui e ai lettori di entrare in contatto con una più sentita esigenza. Alla vigilia della canonizzazione Padre Pio scompare dalla sua tomba nella cripta della Chiesa delle Grazie a San Giovanni Rotondo. Di questo si accorgono alcuni confratelli guidati dal superiore, andati a scoprire il sepolcro per eccessiva carità e per maggiore curiosità. Dove sarà finito Padre Pio? La notizia rimbalza all’orecchio del vescovo di Manfredonia, che è costretto a darne conto anche al papa. Questi convoca un concilio di quattro illustri cardinali, il più anziano dei quali suggerisce la soluzione migliore del mistero della scomparsa e la giusta penitenza da comminare all’ideatore dell’ingenuo sacrilegio.

Nel terzo canto ritroviamo effettivamente Padre Pio, in veloce bilocazione a Pietrelcina, a Roma e ad Assisi. Qui si ferma in amabile conversazione con San Francesco, accompagnato da Sant’Antonio da Padova. È un incontro desiderato da molto tempo e che consente di passare in rassegna i mali del mondo contemporaneo, la trasformazione dell’umanità a contatto con una sbalorditiva modernità. L’ultima scena è dedicata all’incontro di Padre Pio, ritornato nella sua cripta, con il padre guardiano del convento di San Giovanni Rotondo, pentito della sua ingiustificabile curiosità. Ed è a questo punto che l’autore, tramite Padre Pio, lancia il suo messaggio alla comunità francescana, tentata di conformarsi troppo alle regole di show, indici d’ascolto, interviste e pubblicità. È un ironico, burbero e benevolo insieme, appello a ritornare alla semplicità della veste monacale, all’autentica missione del vero cristiano.

Tusiani tocca “sognando” temi di viva attualità, smussa la polemica in ironica composizione delle passioni umane, lancia una piccola ciambella di saggezza nel mare sempre tormentato delle follie del mondo e della società. E affonda ancora più il suo dialetto nel confronto con le parole della nostra comunicazione postmoderna (show, euro, mass-media, indice di ascolto) temprando la sua fertile capacità fantastica al fuoco di antichi valori, di antichi echi di civiltà contadina, che seppero dialogare ugualmente con la natura (sono sempre suggestive, a tale riguardo, le aperture di Tusiani sui paesaggi ancestrali) e con il soprannaturale, tra il miracolo della spiga fruttuosa e quello di una speranza più forte di ogni dolore.

Cosa potremmo dire in conclusione? Forse si può dire che Tusiani ha voluto trasferire nella casa della sua lingua d’origine una parte importante del suo essere. Dopo lunghi anni d’America, è ritornato con più forza, con più passione al suo dialetto, per un bisogno di appartenenza, per un forse pavesiano bisogno di paese (e il ricordo va alle prime pagine de La luna e i falò di Pavese). Sembra, per la verità, il destino di molti che oggi vivono e viaggiano e conoscono realtà diverse. Tutto, però, è accolto con dignità, con pietas, con sincero trasporto, non ci sono elementi polemici di confronto tra gradi più o meno prestigiosi di lingue diverse e di mondi diversi. Vuol dire che c’è del buono e del vero in mondi anche lontani, e ci sono valori che non si possono scordare né in un mondo né in un altro. Il dialogo a quattro lingue di Tusiani continua ad alimentare immagini, a stimolare ricordi, a suggerire proiezioni: ed è un dialogo polifonico, eclettico, metamorfico, creativo di segni e suoni attraverso tempi e spazi. Cosa vogliamo di più dalla letteratura?

L’Io diviso

[Presentazione dei libri per l’80° di J. Tusiani, San Marco in Lamis, 30 maggio 2004]

La quantità di pubblicazioni che sono uscite quest’anno per l’80esimo compleanno dicono come Joseph Tusiani sia non da oggi un autore di forte interesse critico e letterario. Ho già detto da qualche altra parte che Tusiani è un autore in traduzione, cioè un autore di frontiera tra mondi culturali e linguistici diversi. Ebbene, tutti questi libri non fanno che confermare tutto questo: sono libri che fanno rimbalzare il nome di Tusiani tra Italia e America, da una lingua all’altra, da culture passate a culture presenti. Mai come in quest’occasione degli ottant’anni sono usciti tanti contributi che si sforzassero di far luce ancora più chiara sulla personalità dell’autore e sul significato della sua opera, mettendo l’una e l’altra sullo sfondo della storia letteraria italiana e americana. Questi abbondanti contributi confermano la crescita di spessore critico e la sempre maggiore considerazione che l’autore suscita nel campo di studi che prima venivano chiamati frettolosamente “italo-americani”. Certo l’opera di Tusiani, la sua personalità non si possono sbrigare facilmente: gli esiti letterari sono complessi, come complesso è l’uso che l’autore fa di quattro lingue (o addirittura di cinque, come ci informa Siani a proposito di testi scritti in spagnolo). La difficoltà sta anche nel dirimere il problema del rapporto o del conflitto tra classicismo e modernismo, tra nuovo classicismo e neoromanticismo, tra valori latini e mediterranei e tensioni e azzardi intellettuali di più netta impronta anglosassone. Ma dove sta l’originalità di Tusiani, il suo segno inconfutabile?

Paradossalmente si potrebbe rispondere: nel fatto di rimanere fedele a sé stesso, nel fatto di credere integralmente alla letteratura, nella fiducia di vedere integrati tutti i piani umani e linguistici della sua esperienza. Centrale in questo processo è l’attività di traduttore, l’inclinazione già in età giovanile a passare da una lingua all’altra, a mettere in relazione anche conflittuale il qui e l’altrove, il dato attuale e le potenzialità illimitate del senso da attribuirgli.

Questo ed altro lo rintracciamo nel libro di Cosma Siani Le lingue dell’altrove. Storia testi e bibliografia di Joseph Tusiani, pubblicato per i tipi della Cofine dell’editore garganico-romano Vincenzo Luciani. È un libro di 256 pagine ed è una guida completa, esauriente, direi certosina per intendere la personalità e l’opera del nostro autore. Del resto, chi meglio di Siani avrebbe potuto tentare un’operazione del genere? La fraterna amicizia che lo lega a Tusiani ha consentito a Siani di avere a disposizione tutta l’opera edita (intendo anche sparse carte uscite sulle testate più disparate) e quasi tutta o tutta l’opera inedita di Tusiani. Attraverso carte, documenti, corrispondenze e consultazioni che durano da almeno quarant’anni, Siani ha ricostruito l’itinerario biografico dell’autore, tracciandone passo passo la formazione culturale, i condizionamenti tipici dell’ambiente di provenienza, la particolare condizione di figlio di un emigrato in America. Che Tusiani avesse una precoce vocazione letteraria è indubitabile. Sembra che già a tredici anni fosse amico delle muse e a diciassette già addentrato nei loro segreti; a diciannove, infine, pubblicava il suo primo libro di poesia, Amedeo di Savoia (siamo nel 1943, in piena guerra).

Vocazione precoce, capacità di acquisire nuove lingue, solida formazione classicista: a ben vedere, c’erano già tutte le potenzialità per spiccare il volo, per rielaborare la sua esperienza, raffigurarla e infine trascenderla. Vivere nella dimensione letteraria è già, come si sa, intraprendere un viaggio, oltrepassare i limiti che il caso o la necessità ci ha imposto. Ma, ci informa Siani nel suo libro, negli stessi anni in cui affilava gli strumenti poetici, Tusiani andava definendo anche il suo mondo, le polarità di esso, che poi saranno tipiche della sua produzione: da una parte il piccolo mondo antico della Palude, potremmo dire “il cuore antico della Palude” (il quartiere, cioè, del suo paese, San Marco in Lamis sul Gargano), e dall’altra parte la prefigurazione e poi la realizzazione del viaggio migratorio, il distacco, l’allontanamento, l’urgere insomma di un altrove.

Con la partenza da San Marco in Lamis nel 1947 si attua quello che Siani nel suo libro chiama “l’io diviso”, e da un periodo della vita se ne apre un altro completamente diverso: Tusiani lascia il “cuore antico” e affronta l’America. Sono gli anni del ricordo, quelli che vanno dal ’47 al ’56, anni straordinari, febbrili, innovativi. È a questo punto che la terra garganica si configura sempre più, così come la definisce Siani, come un Eden, un Eden neoromantico, un Eden fatto di povertà, di religiosità, di devozione per la natura (e non a caso la tesi di laurea di Tusiani discussa a Napoli nel luglio del ’47 si intitola “La natura nella poesia di William Wordsworth”; e di “natural piety” parla Siani a proposito di questo sentimento cruciale nel nostro autore). In questo modo si rafforzano e si fissano alcuni degli scenari mentali del poeta Tusiani: il ricordo, la nostalgia, la fuga-emigrazione-sradicamento, la scissione negli eventi biografici che diventa scissione nella coscienza, della coscienza. Ma a salvaguardare le polarità della scissione, il qui e l’altrove, sta proprio ancora una volta e fondamentalmente la poesia e la traduzione di poesia.

A pagina 46 del libro di Siani c’è, a mio avviso, una spia decisiva del modo in cui Tusiani rielabora questa scissione-separazione, arricchendola progressivamente di valore e di messaggio: a pagina 46, dunque, c’è la citazione di un brano della poesia “Retaggio”, ripresa dal glorioso giornale italoamericano “La Parola del Popolo”, resa in italiano dallo stesso autore. Il brano dice: «Per capir la mia vita penso ad essa / come a un interminabile tradursi / di passato in presente, da una muta / nascita incomprensibile a un totale / esplicarsi di vita e di parole». È una scissione-separazione che si traduce e si ritraduce continuamente in nuove acquisizioni di vita, in arricchimento reciproco tra passato e presente, permettendo a Tusiani di ricomporre armonicamente il qui e l’altrove, l’arcaico e il moderno della sua condizione esistenziale e della sua rappresentazione poetica.

Tra i secondi anni ’50 e gli anni ’60, Tusiani si immerge letteralmente nella traduzione: viaggia dall’Italia all’America, e da questa all’Italia. È un viaggio intensissimo, fatto sull’amata navicella della letteratura, in un arco di tempo che va dal Duecento al Novecento, da San Francesco d’Assisi a Marinetti. Il capitolo terzo del libro di Siani si sofferma sull’imponente attività traduttoria di Tusiani, mettendone in rilievo alcune delle tappe più significative: le Rime di Michelangelo, la Gerusalemme Liberata di Tasso, il Morgante di Pulci, i Canti di Leopardi. A proposito del famoso primo verso dell’”Infinito” leopardiano Siani così ricostruisce la macchina traduttoria: «Dicendo – Fond I was ever of this lonely hill – Tusiani attenua l’intero verso in senso e suono più morbidi. E lo fa variando lo schema giambico di base del pentametro anglosassone con un trocheo iniziale, Fond I, e un pirrichio, senza accenti metrici, proprio in posizione centrale, (e)ver of, come terzo dei cinque piedi del verso. La sequenza prosodica così concepita fa suonare meno fortemente la stessa chiusa ‘maschile’, o tronca, del verso inglese, e sembra veicolare quel senso di dilatazione spaziale che si forma nella mente del lettore anche prima di giungere ai seguenti “interminati spazi”. Tale effetto comunicativo è rinforzato dall’uso di ever in posizione mediana». Che dire poi della famosa ‘’ottava di bisticci’’ del Morgante pulciano, dove Tusiani ha dovuto superare sé stesso di fronte all’intraducibilità o quasi dei seguenti versi: «La casa parea cosa bretta e brutta, / vinta dal vento, e la natta e la notte / stilla le stelle, ch’a tetto era tutta; / del pane appena ne détte ta’ dotte; / pere avea pure e qualche fratta frutta, / e svina, e svena di botto una botte; / poscia per pesci lasche prese all’esca; / ma il letto allotta alla frasca fu fresca. «Il traduttore – chiosa Siani – riesce a rifare sei paronomasie su sedici dell’originale… e compensa la perdita delle altre con allitterazioni e assonanze».

L’ultimo capitolo del libro s’intitola “L’io ritrovato: poesia prosa plurilinguismo”. Nel corso della sua carriera letteraria Tusiani passa dall’italiano all’inglese, facendo rapide incursioni nel latino e nel dialetto garganico di San Marco in Lamis (e ora sappiamo, anche nello spagnolo): in particolare, al dialetto è ritornato in questi ultimi dieci-quindici anni. La domanda cruciale che si fa Siani e che anche noi ci facciamo è: perché Tusiani è plurilingue? E che tipo di plurilinguismo è il suo? Siani, d’accordo col linguista ceco Wandruzska, arriva alla conclusione che Tusiani è dotato di “plurilinguismo interiore”, vale a dire che è dotato della capacità di scrivere e parlare più lingue non con esteriore, forzato o scolastico, ma con pieno possesso di esse. Questa particolare capacità permette a Tusiani di trattare temi e forme in maniera trasversale, ma, avverte Siani, ad ogni lingua spetta la sua peculiarità. Curiosi ci chiediamo ancora: qual è la peculiarità vera, irriducibile della più ambiziosa delle espressioni linguistico-letterarie di Tusiani, ossia di quella inglese? Ce lo rivela Siani, anglista e traduttore a sua volta: i temi dominanti sono la caducità della vita, il conforto della religione, la meditazione metafisica secondo la direttrice poetica del seicentesco John Donne.

Attraverso l’inglese passa l’io ritrovato dell’autore. Negli anni Settanta Tusiani si sintonizza con la cosiddetta “rinascenza etnica”, con la ripresa orgogliosa dell’identità degli italiani d’America, che lo porta prima a scrivere Gente Mia and Other Poems nel ’78, e poi in italiano e in prosa la trilogia autobiografica, pubblicata dall’editore Schena tra l’88 e il ’92, dal triplice titolo: La parola difficile, La parola nuova, La parola antica. Con questo lavoro, confortato da successivi interventi in convegni o incontri, Tusiani si poneva consapevolmente nel solco della cosiddetta “letteratura italoamericana”, un filone letterario oggi molto frequentato dalla critica e perciò denso di questioni (possiamo ricordare, a questo proposito, che scrittori italoamericani, con una formula oggi ritenuta invalsa, sono considerati anche un Mario Puzo o un Don DeLillo: ma, si potrebbe argomentare, possiamo, per esempio scegliendo il campo del cinema, considerare Francis Ford Coppola, ancora italiano o italoamericano solo perché il suo cognome termina in vocale?

Ma l’”io ritrovato” ha significato anche ritorno marcato al latino e soprattutto ritorno entusiastico al dialetto. Certamente il plurilinguismo di Tusiani complica il discorso continuamente, lo rilancia continuamente su altre scacchiere espressive. Ma, a ben guardare, si tratta ancora di quell’inesauribile capacità di Tusiani di tradursi e ritradursi continuamente, nel proporre e nel risolvere insieme i conflitti tra luoghi e culture diverse e tra tempi diversi (e a questo riguardo è diventato un topos la citazione dei versi del “Canto del Bicentenario”: «Due lingue, due terre, forse due anime… / Sono un uomo o due strane metà di esso?»). La prima parte del libro di Siani, cioè la “Storia critica” che abbiamo cercato di illustrare, si conclude con quattro considerazioni, a cui fanno capo altrettante esemplari citazioni da testi diversi: Siani afferma che dalla vita e dall’opera di Tusiani si possono tirare almeno quattro concetti che consistono: 1) nel sentire la letteratura come un valore, dotato di prestigio e di uno strano potere di fascino (desume questo dalle parole di Ferroni); 2) nella non completa americanizzazione dell’autore (qui cita un passaggio dell’autobiografia di Tusiani); 3) nella divisione dell’io come stato permanente (la citazione è tratta da un’opera intitolata “Scrivere attraverso i mondi”); e 4) nella globalizzazione della propria etnicità (dalle parole del critico inglese Stuart Hall). Con queste conclusioni si può essere o non essere d’accordo, ma attraverso di esse s’intravede la complessità della collocazione dell’opera di Tusiani. Tutto questo mi fa insistere nella convinzione della formula che ho prima richiamato: l’essere Tusiani uno scrittore in traduzione, sulla frontiera (e qui lascio il campo a tutte le metafore possibili). Il libro di Siani consta di altre due parti, una antologica da tutte e quattro le lingue usate, e l’altra biobibliografica (molto accurata e certamente la più completa che esiste sull’autore). Il ritorno alla palude ogni anno è diventato il ritorno, ora inquieto ora pacificato, alle sue origini, alla natura, ai valori fondanti del “cuore antico” (e dicendo questa espressione non posso non ricordare il titolo famoso di un libro di Carlo Levi, Il futuro ha un cuore antico).

Lo ribadiscono anche i saggi raccolti nella miscellanea curata da Antonio Di Domenico per il Consorzio per l’Università di Capitanata, intitolata Joseph Tusiani italiano in America. Versi, narrazioni e immagini tra due mondi. Il libro comprende esattamente sei saggi (oltre a quello del curatore e di chi scrive, di Siani, Bandiera, Cipriani, Di Summa), più una densa sezione antologica e un’appendice (che riporta liriche inedite e fotografie dell’autore, più due lettere di Prezzolini a Tusiani chiosate da Motta).

Non parleremo ovviamente di tutti i saggi. Vorrei, invece, brevemente soffermarmi solo su tre di essi, cominciando da quello di Bandiera, “La poesia latina di J. Tusiani”. Bandiera intanto afferma, a proposito del Tusiani latino, che in questa lingua egli affronta temi e sentimenti in maniera più intima, più piana, più familiare, «con notazioni e sfumature che non sono presenti nella lirica inglese, o italiana, o nell’opera in prosa». Più in là Bandiera afferma che la poesia latina indaga meglio sul problema dell’emigrazione e sulla trasfigurazione di essa in esilio. Conclude con una bella considerazione e cioè che Tusiani non incarna tanto la figura di Ulisse (pur essendo un navigatore impareggiabile di lingue), ma incarna piuttosto la figura di Enea, definendosi appunto “l’ultimo Enea”, con l’America come nuova patria.

Il saggio che ho trovato, però, più stimolante è quello di Di Summa. Sì, perché ruotando attorno alla trilogia autobiografica già detta, finisce per centrare il discorso sul significato di quelle tre “parole”, che sono la chiave di volta dell’intera opera di Tusiani. Suggestivo, intanto, il paragone che Di Summa fa con l'”umana commedia” che la trilogia rappresenta: una sorta di novecentesco, prosastico e più prosaico, viaggio nell’al di qua, nell’identità italiana attraverso quarant’anni d’America (erano 40 anni quando la trilogia fu pubblicata). È un’esegesi, dice Di Summa, dell’italianità americanizzata, e qui mi sembra tutto sommato d’accordo con Siani sulla “americanizzazione incompleta” di Tusiani: «Il ‘miracolo’, letterariamente e culturalmente parlando, di Tusiani è probabilmente proprio nell’aver risolto il conflitto tra il mondo dell’italianità e quello dell’americanità, entrambi profondamente ‘riconosciuti’ e amati, riuscendo a far motivo di duplice appartenenza etnica proprio quella classicità che avrebbe invece potuto astrarlo da entrambi».

E interessante mi è sembrato il saggio di Di Domenico sulla produzione dialettale, laddove specialmente egli afferma che i poemetti (l’espressione più recente e più nuova di Tusiani dialettale) rappresentano l’avventura anche antropologica dell’autore, un «itinerario di vita comunitaria, che partendo dal Basso Medioevo, attraverso l’Arcadia felix, giunge ai nostri giorni, ai suoi problemi e alle sue deviazioni». E convincente è Di Domenico quando fa risaltare il forte intento di riappropriazione di valori morali di queste ultime opere, l’insistenza di Tusiani sulla irrinunciabilità a quel “cuore antico” che prima dicevamo.

Lo stesso Di Domenico poi si è cimentato con un’impresa che pare davvero meritoria: il commento appassionato, lucido e scrupoloso di tutti i poemetti dialettali. Il libro, che s’intitola Prima linfa, non è, come afferma l’autore in premessa «un testo critico, un’esegesi filologica, ma il frutto di innamoramento di un lettore affascinato dalle storie raccontate dal poeta nel dialetto della sua terra». Ce ne convinciamo andando a sfogliare questo libro, ricco anche di notazioni sulle mille diavolerie metriche che Tusiani ha messo in atto. Impariamo così a rileggere, tra loro collegati da un sottile legame, Na vota è ‘mpise Cola e Maste Peppe cantarine, e a vedere organizzati in una tetralogia L’ore de Gesù Bambine, Lu cunte de Pasqua, La prima Cumpagniae La tomba de Padre Pi’.

Il mondo in dialetto prende sempre più corpo, il “cuore antico” si diffonde nel suo messaggio: e noi siamo grati a Di Domenico, a Siani e a tutti gli altri amici, critici ed estimatori, che hanno contribuito con tutte queste pubblicazioni a fissare ormai per sempre il nome di Tusiani nelle pagine di una sicura storia letteraria, che riguarda l’Italia così come l’America.

Il ritorno di Tusiani al “cuore antico”

[Intervento all’inaugurazione della mostra “La Padula”, Circolo ‘Diomede’, Castelluccio dei Sauri, 8 giugno 2004]

Come altri scrittori, anche Tusiani è arrivato al dialetto nella sua piena maturità artistica. Lo ha fatto però senza dedicarsi esclusivamente al dialetto. Questo perché Tusiani è plurilingue e quindi lascia convivere nella sua espressione poetica, mettendole su un pari piano di dignità, le diverse lingue della sua esperienza. Il versante dialettale è stato frequentato soprattutto negli ultimi quindici anni, in coincidenza o a ridosso di due eventi decisivi: l’elaborazione dell’autobiografia in tre volumi (La parola difficile – La parola nuova – La parola antica) e il ritorno sempre più frequente, poi diventato annuale, nel suo paese d’origine, San Marco in Lamis. La rivisitazione del proprio passato e la rivisitazione periodica dei luoghi della propria formazione sembrano aver contribuito decisamente a confermare e rafforzare la valorizzazione del vecchio ambiente di provenienza. Come ha risolto il conflitto tra italianità e americanità, così Tusiani ha risolto di slancio il conflitto tra italianità e dialettalità (conflitto linguistico e culturale che attualmente è al centro degli studi critici sulla poesia dialettale e neodialettale).

Con gli studi letterari, con la frequentazione degli ambienti intellettuali, con il trasferimento in America e la carriera universitaria, con l’intensa attività poetica e traduttoria, Tusiani si era dovuto allontanare per forza dall’orizzonte semplice e povero del paese garganico. Ma aveva rinnegato veramente quel mondo, lo aveva veramente escluso dalle sue elaborazioni fantastiche e sentimentali? Oggi possiamo rispondere facilmente di no, e possiamo meglio dire che non lo aveva mai veramente emarginato, giacché ricorrono parecchi riferimenti anche nella produzione inglese degli anni Sessanta e Settanta.

È un mondo popolare che tra l’altro ritorna come mondo dell’emigrazione italiana in America nel volume Gente mia, pubblicato nel ’78, fissandosi chiaramente nei suoi connotati storici e antropologici, e ridando agli italiani, famosi e non famosi, il giusto riconoscimento per la costruzione degli Stati Uniti.

Solo però dopo il lungo viaggio in un’altra terra (e in altri territori) Tusiani ha sentito davvero il bisogno di ritornare più volutamente, più ossessivamente alle proprie origini, alla lingua materna, alle radici che possono verificare retrospettivamente la propria matura esperienza. Ha pubblicato così una quindicina di libretti dialettali, proponendo composizioni di più spiccato carattere lirico e composizioni di più audace disegno nella forma del poemetto. In veste allegorica o giocosa, in veste realistica o visionaria, Tusiani ha proposto complessivamente un suo ben strutturato, profondo messaggio, centrato sulla riappropriazione di antichi, irrinunciabili valori morali. Riducendo il trauma del distacco, forte dell’arricchimento spirituale dell’esilio in un’altra terra, l’autore ha ancora una volta perentoriamente riaffermato il valore di quel “cuore antico”, di quella patria dello spirito che non si era mai voluta spegnere (e questo, bisogna aggiungere, in consonanza con esperienze che hanno contato e che hanno ugualmente recuperato il valore del paese e delle  piccole patrie: basti pensare a Pavese, Carlo Levi, Pierro, Pasolini e Scotellaro, o su altri versanti, al mito del paese innocente di Ungaretti, o al concetto antropologico di “villaggio vivente nella memoria” di de Martino). Non vergognarsi della povertà, non vergognarsi della religiosità (intesa anche o soprattutto come pietas), non vergognarsi del rispetto e della fascinazione della natura, e questo dopo aver saggiato la ricchezza, la spregiudicatezza, l’artificialità ubriacante del mondo americano.

Tra le molte pubblicazioni promosse quest’anno per celebrare i “sedici lustri” di Tusiani, un merito particolare spetta perciò ad un libro di poesie e al catalogo delle fotografie che qui vedete riprodotte: libro e catalogo che portano lo stesso titolo, La Padula. I due libri, curati entrambi da A. Motta, si integrano felicemente. Nel catalogo corrono le immagini dei primi ventitré anni della vita di Tusiani. Si parte proprio dal “cuore antico” del paese, e cioè dalla “Padula”, dove l’autore ha abitato prima di partire per l’America. La “Padula”, più che una strada, è una piazzetta o cortile allungato, chiuso da ogni parte da casette coi mignani, e si collega alle altre strade del paese attraverso tre vicoletti, due a nord e uno a sud (veramente c’è un altro strettissimo vicoletto, detto appunto “lu vucculicchie”, che aggiunge un pizzico di medioevo a quello che sembra essere stato proprio una specie di fortino). È una specie di presepe naturale, di liquido amniotico che raccoglie le esperienze, i mestieri, i personaggi, insomma le scene elementari della vita quotidiana meridionale. Tusiani si impregna, tra infanzia e adolescenza, dei suoni e delle immagini di questo luogo esemplare, di questa umanità esemplare: è il Mezzogiorno tradizionale che conosciamo, fatto di contadini, di piccoli artigiani e commercianti, di manovali e braccianti, di maestri elementari e di sacerdoti (monaci o preti), di donne matriarche e di marginali, ora ingenui ora folli. Un “piccolo mondo antico” attraversato dallo sguardo e dalla sensibilità del nostro Tusiani, che fissa sulle sue lastre psicologiche la lentezza, la saggezza, la naturalità, la religiosità di esso. L’ultima immagine del catalogo e di questa mostra è quella dell’autore in viaggio con la madre per l’America: è l’immagine, cioè, dello strappo decisivo, irrevocabile.

Nelle liriche affidate all’altro libro che porta lo stesso nome (e che è composto da quindici testi scritti tra ultimi anni Settanta e 2003), Tusiani rappresenta proprio ambienti, vicende e personaggi della “Padula” della sua infanzia e della sua adolescenza. Il tocco è leggero e commosso, teneramente disposto alla riappropriazione dei ricordi che ricostruiscono, volta per volta, i tasselli della memoria ancestrale: ci sono i riti e le costumanze (“La veggìlia de San Giuvanne”, “Campane ‘ngloria”) e ci sono magnificamente ritratti i personaggi: “La bbanna comunala”, “Mechele lu sacrestane”, “Fra’ Custantine”, “Bambenella” [un soggetto, si direbbe, da Charlot anni ’30], “Lu cafè de Pàvele Pinte”; e ci sono le vicende tragiche di passioni spezzate (“La ballata ‘lu puzze”) e il primo passo fatto nel mondo, un giorno di gennaio di qualche anno fa (“Capricorne”). È come ritrovare i Penati della propria esperienza, i ricordi scolpiti alla maniera di un garganico Spoon River, i frammenti di un caldo discorso amoroso. È la storia, aggiungiamo ancora, di un tipico scrittore meridionale, combattuto tra fedeltà alla patria e bisogno di partire per il mondo, tra il restare e il ritrovarsi instancabilmente, altrove. «La mia patria è dove l’erba trema», scriveva Scotellaro convinto a partire anche lui lontano, per poi ritornare contraddittoriamente ai suoi contadini. Forse anche Tusiani ha deciso che bisogna più spesso ritornare, tornare alle proprie “Dodici Querce” come nel romantico “Via col vento”, confermando per questa via il sempre attuale titolo di un’opera leviana che suona ‘’Il futuro ha un cuore antico”. Su questa strada siamo anche noi, penso, a distanza di una o più generazioni, malgrado le offerte seducenti del mercato globale.

Joseph Tusiani (San Marco in Lamis 1924 – Manhattan 2020) è stato uno scrittore e traduttore statunitense di origini italiane. Poeta dei due mondi, in cinque lingue, laureato emerito dello Stato di New York.

Bibliografia in lingua madre

  • Sciusce de vente [“Soffi di vento”]: sonetti in dialetto garganico, a cura di Antonio Motta, San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 2009;
  • Storie dal Gargano: poesie e narrazioni in versi dialettali (1955-2005), [antologia completa dell’autore con inediti], a cura di Antonio Motta, Anna Siani e Cosma Siani, San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 2006.

Sergio D’Amaro è tra i responsabili del Centro Studi dedicato a Tusiani. Ha accompagnato come pochi la notevole esperienza editoriale del poeta, a cominciare da una lunga intervista che apparve nel 1979 su “La Parola del Popolo”. Numerosi gli articoli e le recensioni apparse su “La Gazzetta del Mezzogiorno” e sparsamente su altre testate. I testi qui raccolti sono naturalmente inediti.