Marziale dalla lingua dell’Urbe alle lingue locali

Sommario . Fin dal 1963 il poeta latino Marcus Valerius Martialis è stato tradotto nei dialetti delle principali aree linguistiche italiane: settentrionale, mediana, intermedia e meridionale estrema. Si tratta di poeti-traduttori in genere validi, se non eccellenti, ma in numero non molto rilevante. D’altronde Marziale è un poeta realistico e la poesia epico-realistica, si sa, nel primo Novecento ha ceduto il passo alla poesia lirico-elegiaca. Un basso numero di poeti, è vero, poco più di una dozzina, ma sufficienti per concludere che la traduzione dialettale di classici come Marziale, che usa un registro linguistico basso, al contrario di testi come, per esempio, la Commedia di Dante, può essere assai redditizia.

A parte gli emuli di Marziale in dialetto1 e alcuni dilettanti presenti solo nel web, i traduttori di Marziale da me riscontrati sono poco più di una dozzina, metà dei quali poeti più o meno affermati. Di essi quattro appartengono all’area dei dialetti settentrionali (uno veneto di Treviso e tre piemontesi della provincia di Alessandria), tre all’area mediana (rifanno in romanesco), tre all’alto Meridione (rispettivamente molisano, abruzzese e apulo-garganico) e tre al basso Meridione (siciliani).

La prima versione di Marziale in dialetto – trattandosi di opere disperse o invisibili, la rassegna sarà sicuramente da aggiornare – risale al 19632 e si deve a Mario dell’Arco (Roma 1905-1996)3, il poeta della città dove Marziale insieme a Giovenale innalzò un monumento alla Roma della decadenza imperiale, così come Giuseppe Gioachino Belli con il suo ‘commedione’ lo innalzerà all’Urbe della decadenza dei papi4, per non parlare di Pasquino, con cui fin dall’antichità il popolo romano ha continuato a produrre i suoi satirici epigrammi5.

Le successive trasposizioni interessano in ordine cronologico i dialetti siciliano, molisano, lombardo, abruzzese, piemontese, pugliese e romagnolo.

Dialetti settentrionali

Fra i traduttori del Nord si distingue Andrea Cason (1920-2005)6, poeta in dialetto e in italiano. Convinto che ogni traduzione non può che essere «una “imitazione” la quale tenda a restituire l’aura dell’originale», come dice nell’introduzione, e altrove7 richiamandosi all’affermazione di Leopardi («La traduzione non è traduzione, ma come un’imitazione sofisticata, una compilazione, un capo morto, o, se non altro, un’opera nuova»), pubblica in trevisano, oltre a ‘imitazioni’ da Catullo, Orazio, Ovidio e Properzio, anche un piacevole Marziale in dissimulati endecasillabi: «Veloce, / te te lagni / che mi scrivo / poesie longhe. / Certo, / te le scrivi / più curte, tì / che no’ te scrivi gnente» (I 110).

A distanza di ventitré anni la produzione settentrionale si arricchirà di numerose trasposizioni da Marziale (ma anche da Orazio e da Catullo)8 recanti la firma di Gian Luigi Ferraris (Fubine 1944), docente liceale di lettere9, di Luciano Olivieri (Alessandria 1942-Acqui Terme 2020), laureato in giurisprudenza e autore di raccolte poetiche in dialetto alessandrino, e di Carlo Gallia (Solero 1944), dirigente scolastico nei diversi ordini di istruzione dalla primaria alla secondaria superiore. In esse viene privilegiata l’espressività dei dialetti con le loro pointes idiomatiche rispetto alla resa metrico-stilistica dei testi, sempre accompagnati da un ricco apparato di note linguistiche10, ma non da una retroversione ad litteram, che meglio avrebbe agevolato la lettura.

Ferraris usa quasi sempre versi modernamente irregolari, di varia misura e spesso in rima. Tra i più riusciti l’epigramma V 9, dove la febrem del pungente finalino diventa ‘febbre da cavallo’:

Le versioni di Olivieri sono quasi sempre in prosa: «Ritón, at preténdi che el mè uʃé u séa sémper dür e drič a tüt’el juri tüč i dì: l’è nénta in dì d’na man! T’póri caraséli, parléi ansèma per ʃvigèli: fadéa ʃgaraja. L’è la tó facia preputénta ch’la blòca tüt.» (VI 23)12. Quelle di Gallia, spesso in rima, sono in versi irregolari, raramente endecasillabi, come nell’esempio che segue: «I tòj sod ta t’ia tìane an casafort, / dindme che mì a i avrò a la tu mort. / Ma uarda, Giuané, se t’éi nent ciula, / che la mi vùaja anlur l’è pròpe cula» (XI 67)13.

Paolo Borghi, appassionato di poesia oltre che di barca a vela, è infine presente nel web con un centinaio di epigrammi in dialetto romagnolo14, redatti in endecasillabi in rima, tra cui il III 8: «Par la scilörba t’ci d’amor pardù, / lì u i mânca un òc, mo te u-t n’amânca du» («Per l’orba sei perso d’amore/ Lei è senza un occhio, ma a te mancano entrambi»); e l’XI 63:

In gallo-marchigiano (dialetto di Pesaro) vengono poi (2014) liberamente tradotti da Lamberto Bozzi (crtpesaro.it) dodici distici, tra cui il VI 48, di cui dà anche una versione in inglese e in italiano («Parli Pomponio e ti applaudono i togati scrocconi/ Affascinati non dalla tua bocca ma dai tuoi bocconi»):

Dialetti dell’area mediana

Come evidenziato all’inizio, è con Mario dell’Arco, «quarto grande» della poesia romanesca (Sciascia), da considerare «nello scelto manipolo dei poeti della letteratura italiana senza aggettivi, e senza limitazioni di tempo» (Gibellini), che Marziale avrà una sua propria moderna risonanza dialettale.

E questo accadrà con la stampa di Marziale per un mese e di altre due pubblicazioni16. Si tratta di rifacimenti in cui rivive un Marziale nuovo, spogliato del contingente, ritagliato e reinterpretato con voce propria nella parte sempre attuale, universale. Rifacimenti in cui presto si riconosce, tanto per il lessico quanto per lo stile paratattico, la sonorità misurata e la rima puntuale, a volte nascosta, tutta l’arguzia, l’umanità, la moderna sensibilità del poeta Dell’Arco, la cui lingua, diversamente da quella di Trilussa, è solo apparentemente una patina dell’italiano17:

Qui Dell’Arco è più secco di Marziale. Via il riferimento all’intervento propizio della dea Venere: al matrimonio combinato ci pensa il popolo. E l’ironia del demotico «pangrattato» è moderna e pregnante, così come sapientemente costruito è l’enjambement di «subbito» con l’inusitata, anticipata cesura in terza sillaba, che rappresenta l’eccezionale, improvviso ed efficacissimo abbrivio alla chiusa mordace. Questo, come gli altri ‘arromanescamenti’18, si possono benissimo leggere a sé, né più né meno della produzione propria19, ma molto risaltano in rapporto all’originale: «Dimidium donare Lino quam credere totum / qui mavolt, mavolt perdere dimidium» (I 75)20: «Nun te le presto mille lire, ma / te n’arigalo, Biacio, cinquecento. / Pìjele! Me contento / de perde la metà». Dal distico oggettivo del latino, la cui chiastica simmetria (Dimitrium donare : perdere dimidium) sembra mettere l’accento sul freddo calcolo matematico (metà : metà), si passa qui al tu del discorso diretto (in genere privilegiato dallo stesso Marziale) per tradursi in un dialogo ammiccante, quasi senza furbizia, più sincero, umano, dove il numero («cinquecento») rima con il seppure ironico «Me contento». Da Il dolce far niente, cfr. XI 104:

In questa densa sintesi, nel sobrio e raffinato Dell’Arco c’è anche il Belli di «un par d’ora de sgoccetto» (La bbona famija) e della Santaccia de Piazza Montanara21.

Domenico Di Palma, che pubblica in dialetto romanesco Apophoreta e La luce anniscosta22, versioni da Ovidio, Giovenale, Persio e Catullo, oltre che da Marziale (pp. 48-75), con dotta prefazione (pp. 7-21) di Muzio Mazzocchi Alemanni, lavora «sui testi antichi, gareggiando con gli autori latini in concisione sintattica e pregnanza lessicale»23. Da Apophoreta: «Te lassi salutà’, ma nun saluti mai pe’ primo. / Sa’ che te dico, Pontija’? Va a moriammazzato.» (In Pontilianum). «Greve ma succulenta, densa di umori, quasi arcaica […] la lingua delle prove di Di Palma non dà quasi mai l’impressione di un travestimento artificioso e posticcio ma al contrario quella di un’adesione e di una fedeltà profonda agli spunti originali»24. Da La luce anniscosta: «Leandra giura che gnisuno l’ha mai futtut’ aggratis. / È vero: quanno vò fasse fotte paga sempre» (De Lesbia). «Li ricchi, Arfré, fanno de la rabbia / mercanzia de profitto: odià è meno caro de dà» (Ad Auctum). «Quer che domanni, Checco boiaccia, è gnente, dichi tu. / Si è vero che nun domanni gnente, a Ché’, nun te nego gnente» (In Cinnam).

Nel 2003 Claudio Francesconi con lo pseudonimo di Spartacus Quirinus pubblica in dialetto romanesco Li vèrzi de l’ussuria25, una ottantina di epigrammi osé di Marziale26. Né Dell’Arco né Di Palma (ben noto a Francesconi) lo spingono all’impresa, bensì Franco Zagato27, come egli stesso dichiara, e il piacere di riscrivere senza metro né rime, servendosi del vocabolario belliano di Vaccaro28.

In internet si trova poi un certo Filippo Maria Saccà, con molti epigrammi di Marziale (oltre a Catullo, Giovenale e altri), di cui due in romanesco29.

Un esperimento goliardico viene postato infine da un non meglio identificato Alessandro nel sito Corcumello Village30 e riguarda l’epigramma X 77, tradotto nel quanto mai congeniale dialetto di Corcumello (AQ)31.

Dialetti dell’alto Meridione

Nel 1992 Giuseppe Jovine, poeta in lingua e in dialetto di Castelmauro (CB) vivente a Roma, preside di scuola media, fondatore e direttore con Tommaso Fiore de «Il Risveglio del Mezzogiorno», pubblica Chi sa se passa u’ Patraterne, versioni da Marziale, Orazio e Montale nel dialetto di Campobasso32. Il libro è preceduto da una nota di Maria Luisa Spaziani, che dalla Premessa teorica di Jovine e dalla felice trasposizione di alcuni versi montaliani deduce che la sua fiducia nella traducibilità in molisano anche del raffinato Montale «è ben motivata». Ma ecco uno dei nove epigrammi da Marziale:

Un Marziale che, sull’esempio di quello “arromanescato” da Dell’Arco, viene sintetizzato e perfettamente calato nel mondo molisano, tanto da essere, così eufemisticamente addomesticato, quasi irriconoscibile. Jovine nell’introduzione tocca il problema della ricerca dell’equivalente linguistico lessicale o, in assenza di questo, di locuzioni e perifrasi. La traduzione, cita da Leopardi, «va paragonata all’originale col palato piuttosto che misurata col compasso». È quanto lui si ripropone di fare.

Nel 2008 Evandro Ricci, nato a Roccacasale (AQ) nel 1927 e vivente a Sulmona, pubblica la traduzione di gran parte degli Epigrammi di Marziale nel dialetto abruzzese di Secinaro (AQ)34, «che mi sembra il più vicino al testo originario latino. A questo ha cercato di essere fedele al massimo, rispettando anche i termini e le espressioni più forti senza tuttavia inasprirli. Nel tradurre i primi quattro libri ritengo che si sia anche divertito»35. Si tratta di una traduzione letterale in endecasillabi sciolti, resi in un dialetto pulito e lineare:

È il dialetto della patria di Ovidio, in cui felicemente risuonano con i Peligni molti nomi propri e le voci verbali rivivono, come in italiano, quasi senza scarto (amat «ama», plaudit «applàude», sonant «resònane», gaudent «gode», gloriabitur «se glòria», tacebit «tace»), seguendo un ritmo regolare e un procedere addirittura interlineare (cfr. I 61)37:

Sia lecito a questo punto – non volendo escludere la Puglia – registrare i settantuno epigrammi in dialetto apulo-garganico di Mattinata (FG)38 pubblicati dallo scrivente «in veste di esperto traghettatore, o, se si preferisce di raffinato cesellatore», con «una pari classicità di dizione e di definizione»39:

Qui, diversamente che in Calì (vedi infra), non si risparmia la paradossale contraddittorietà del fulmine finale. È purtroppo ancora troppo viva nei proverbi popolari la subalternità della donna così come concepita da Marziale.

La nota critica di Giovanni Tesio, massimo esegeta della poesia di chi scrive, è anche un’utile premessa sul carattere e la traducibilità degli epigrammi di Marziale: «la traduzione (il “voltare” con cui Granatiero designa più propriamente o pudicamente la sua operazione) sa con convinzione aderire alla sua materia, anche in ragione del fatto che l’aforisma si addice a quel mondo popolare cui il dialetto afferisce, e che il gusto della satira e dell’ironia non gli è di certo estraneo: guardare al mondo con sguardo aguzzo e malizioso, quando non maligno è uno dei tratti che caratterizzano anche le cartografie del proverbiare popolare e dello stringere in breve uno sperimentato e anche spietato sapere morale»43.

Dialetti del basso Meridione

Tra i poeti che maggiormente hanno messo a frutto la lezione di Marziale c’è il siciliano di Linguaglossa (CT) Santo Calì (1918-1972)44, che del poeta latino coglie «per affinità emotiva ed elettiva – come evidenzia Fiore Torrisi nella prefazione – la misura ironica e corrosiva» fin dall’antichità presente nella tradizione popolare. Ci sono epigrammi che, mutati i nomi, sono in Calì altrettanto asciutti che in Marziale:

La terza parola del primo distico latino («Uxorem quare locupletem ducere nolim / quaeritis? uxori nubere nolo meae») finisce per occupare due endecasillabi, mentre il secondo con la sua parità sottilmente viperina («inferior matrona suo sit, Prisce, marito: / non aliter fiunt femina virque pares») cade del tutto. Altrove se il distico elegiaco di Marziale spicca per brevità, la quartina endecasillabica di Calì si arricchisce di immagini in rima (pici ‘pece’; cannileri ‘candela’), con icastica naturalezza, raggiungendo una schiettezza di dettato e un’efficacia epigrammatica che non lasciano minimamente trasparire il lavoro di lima:

Data la sua presunta coscienza infida, Calì trascura le indicazioni bibliografiche degli epigrammi. Incerta l’attribuzione, ci si può chiedere: è di Marziale, di Calì o è frutto della fantasia popolare? «L’ironia tutta siciliana e il tono di boutade intriso di sarcasmo dilatano il senso dell’epigramma, ma senza diluirlo o disfarne l’essenza; anzi la coloritura e l’immagine nell’equivalente espressivo costituiscono un personale arricchimento, una sorta di integrazione»45. A proposito delle varie traduzioni di Calì, Mario dell’Arco parla di «vivezza e freschezza tutte nuove e attuali»46.

Anche il preside catanese Salvatore Puglisi, poeta, saggista e traduttore uscito dalla scuola di Ettore Paratore, fornisce un suo Marziale in siciliano47 (almeno un terzo dei 1561 epigrammi del poeta latino), con in Appendice trentadue epigrammi in lingua nazionale48. Quelle di Puglisi sono traduzioni nel senso più tradizionale della parola e il suo siciliano in endecasillabi e doppi settenari una lingua in cui far risuonare, come nell’abruzzese di Evandro Ricci, tutti i nomi propri del testo originale: «li Peligni risònanu d’Ovidiu;/ li du’ Senica e l’unucu Lucanu/ Còrduva, l’eloquenti, esalta, e Càdici/ godi di lu so Caniu, Merìda/ di lu me Deciànu: ’a nostra Bilbili/ si avrà gloria di tia, Licinianu/ puru di mia non si potrà scurdari» (da I 61). Puglisi, come in Ricci e diversamente dagli altri traduttori dialettali, evita la rima, tranne in qualche raro fulmen in cauda. Ciò gli consente un’efficacia dovuta, oltre che all’accento metrico, a stringatezza e icasticità. Il suo siciliano è quasi una patina della lingua nazionale – ma meno trasparente del romanesco di Trilussa –, una isolana velatura da cui qua e là affiorano termini caratteristici della parlata locale catanese, come cufìni ‘cesta’ o vurricari ‘seppellire’:

Paolo Sessa, di Avola (SR) ma vivente a Milo (CT) e già docente liceale di inglese, pubblica ottanta epigrammi in catanese49, che, diversamente da quelli di Calì, di cui segue l’esempio, sono attenti al rafforzamento fonosintattico, accompagnati da scritti su Marziale, arricchiti di glosse metrico-linguistiche e muniti di un breve glossario dei termini più comuni. Gli endecasillabi faleci dell’epigramma X 76, riguardante la vita del cliente ed eponimo della raccolta, sono resi non in endecasillabi, come ci si aspetterebbe, ma in quartine di settenari:

L’epigramma VII 43 è ingemmato di voci ed espressioni rustiche tali da richiedere troppe spiegazioni e al lettore uno sforzo non indifferente: «Non c’è esperienza più disarmante – è Sessa a dirlo – che quella di doversi fermare più volte nel corso della lettura» (p. 19). Meglio allora una retroversione interlineare e un dialetto meno ricercato, che vada, in rima, più dritto alla conclusione:

Ecco infine Salvatore Lo Leggio (1948-2019), stimato intellettuale e professore di lettere nei licei, oltre che redattore di «Micropolis», fascicolo mensile allegato a «Il Manifesto», con il dialetto di Campobello di Licata (ag): «Si tu piensi c’Acerra/ feti di vinu d’ajeri/ fallisti, ca di prima/ matina Acerra vivi» (I 28)52.

Conclusione

Oggi nessuno crede ancora a virtù particolari, intrinseche del proprio dialetto, che lo rendano superiore alla lingua: per molti dialettali – i linguisti non distinguono tra lingua e dialetto – italiano e dialetto come linguaggi d’arte vanno considerati in maniera paritetica, e su questo – lo intuì già Croce – non ci sono dubbi. Per quanto riguarda le traduzioni l’«unico criterio possibile», come scrive Giovanni Tesio nella premessa a un suo adattamento in piemontese del Cantico dei Cantici, sarebbe «quello estetico», ma «il tradurre incrocia e impegna di fatto una più ampia complessità di questioni. Per cui è la verifica sul campo a dirimere le più importanti e spesso causidiche controversie»53.

Non tutto infatti si può tradurre in dialetto. Della Commedia dantesca, ad esempio, si possono rifare – pena effetti francamente ridicoli – solo alcuni brani più realistici o farne, come Porta, una originale versione tra emulazione e parodia. I dialetti, si sa, sono concreti, legati alle cose e vanno considerati iuxta propria principia. Non è possibile accogliere in esso astrazioni o codificazioni. Gli stessi nomi propri del latino in dialetto suonano strani e se si prescinde da tentativi a scopo umoristico (vedi l’esempio di Corcumello), in genere si preferisce evitarli o sostituirli con nomi locali. È forse anche questo ad alimentare l’intima insoddisfazione di Puglisi54. 

Perché si traduce in dialetto? Dante, tra l’altro, per nobilitare la propria lingua locale55, Marziale essenzialmente a scopo ludico. Ma nelle traduzioni, mimetiche o parodiche che siano, dietro c’è sempre – come evidenziato da Tesio – il fine estetico. Se i ‘traduttori’ della Commedia, numerosissimi e di ogni ordine e grado, sono molto spesso dei non addetti, a volte emergenti dal ceto umile, coloro che si dedicano a Marziale sono invece quasi sempre laureati in materie letterarie e non raramente poeti di valore, ma in numero assai ridotto. Con la svolta del secolo breve infatti la poesia dialettale è passata dal comico al sublime, abbandonando le forme epico-realistiche e privilegiando quelle lirico-elegiache: il dialetto – come evidenziato da Pasolini56 e successivamente da Mario Chiesa e Giovanni Tesio – è passato «da lingua della realtà a lingua della poesia»57.

Marziale, con il suo realismo legato all’uomo e al suo comportamento, rispetto alla Commedia è assai più traducibile, così come lo è in parte Orazio, alla cui saggezza sembra ispirarsi il comune sentire, e anche, ma limitatamente ai carmi più realistici e osceni, la poesia di Catullo. La realtà del mondo tradizionale, e dell’antica Roma con tutte le sue complessità e differenze a noi note, trova nei nostri dialetti sicuramente più parole che non la globale e pervasiva realtà di oggi, e il massimo epigrammista latino nella sua varia, acuta e raffinata produzione attinge abbondantemente al registro linguistico più basso, proprio delle lingue locali, per cui, come si è visto, non è impossibile fare una buona traduzione. Anzi, si può dire, contrariamente a tante trasposizioni, quelle di autori classici come Marziale possono dare i loro frutti, con soluzioni diverse da dialetto a dialetto, e tanto più proficue quanto più validi sono i poeti che vi si cimentano.

Marco Valerio Marziale (Bilbilis 38-104 d.C.) è stato un poeta romano di origini ispaniche. È ritenuto il più importante epigrammista in lingua latina. Ci sono pervenuti dodici libri di epigrammi con oltre millecinquecento componimenti dai prevalenti temi ironici e satirici e note finemente maliziose.

Francesco Granatiero, medico originario di Mattinata, ma vivente a Torino fin dagli anni dell’università, è poeta in dialetto, saggista e dialettologo. Tra le sue numerose opere, Énece, Scúerzele, Bbommine, La chiéve de l’úrte, Spòreve, Criste nd’i cardune. Tra i lavori linguistici, Grammatica del dialetto di Mattinata e Vocabolario dei dialetti garganici. Cura il blog Poesia e dialetti.

  1. G. Girgenti, Epigrammi alla Marziale, Tumminelli, Palermo 1962; W. Galli, Eros: imitazioni da Marziale, Il Vicolo, Cesena 2013; ma su Galli vedi oltre. ↩︎
  2. M. dell’Arco, Marziale per un mese, premessa di E. Paratore, Dell’Arco, Roma 1963. ↩︎
  3. Al secolo Mario Fagiolo, laurea in architettura, da cui il nome d’arte. ↩︎
  4. E. Paratore, Premessa a M. dell’Arco, Marziale per un mese, Dell’Arco, Roma 1963, p. 9. ↩︎
  5. Né a Trilussa mancano stoccate: e di quelle che inutilmente cercheremmo in un Marziale che elogia i potenti di turno. Così ad esempio in Vino bono (ora in Acqua e vino) «con quei due versi finali che sono una secca punzonatura sul plumbeo destino del fascismo: “Chi riscalla la testa de le folle/ tenga d’occhio la pila quanno bolle”»: L. Sciascia, Gratitudine a Trilussa, in «Orazio», 7-9, II, 1950, ora in F. Onorati (a cura di), Leonardo Sciascia – Mario dell’Arco. Il “regnicolo” e il “quarto grande”. Carteggio 1949-1974, Gangemi, Roma 2015, p. 110. ↩︎
  6. A. Cason, Imitazioni, Matteo ed., Treviso-Venezia 1997. ↩︎
  7. A. Cason, Catullo “in Trevisan”, in «Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso», nuova serie, numero 19, anno accademico 2001-2002, p. 119. ↩︎
  8. G. L. Ferraris, L. Olivieri, C. Gallia, Marcus Valerius Martialis, in nòster amìʃ; centoquattro per tre ludici esperimenti di traduzione dal latino in dialetto monferrino, in dialetto mandrogno e in dialetto solerino con ampio apparato di note linguistiche, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2020; Idem, Quintus Horatius Flaccus, in nòster amìʃ, ivi 2016; Idem, Caius Valerius Catullus, in nòster amìʃ, ivi 2018. ↩︎
  9. Tra le altre opere: G. L. Ferraris, Dialetti Monferrini. Grande Dizionario dell’uso: intertestuale, fraseologico, etimologico, aneddotico, Edizioni dell’Orso, Alessandria 2016, 2 voll.; Idem, Il profumo della pantera: dal volgare dantesco della Commedia ai volgari dialettali dei suoi traduttori, ivi 2020 – opera documentata ma disuguale, curiosamente sbilanciata a favore del napoletano Domenico Jaccarino, di cui stupisce l’interminabile elenco di titoli (pp.74-80) conferito da sedicenti accademie. ↩︎
  10. Il carattere più dialettologico che letterario traspare anche dalla dovizia di accenti tonici su monosillabi come gir, scrič, ghin, cuj, bal e su parole piane come libbri, bitta, mata, russa, sara, turna, accenti qui omessi, atteso che /a/, /i/ e /u/ si pronunciano come in italiano (vedi p. 21). ↩︎
  11. Per i non dialettofoni, dove necessaria, da qui in poi si riporta in parentesi quadre una retroversione dello scrivente [Stavo a letto, non tanto bene, si può dire: tu, il mio dottore, a visitarmi da lontano sei venuto; sei arrivato con tutti i tuoi assistenti, una fila di dottorini, più di cento: cento mani gelate il ciuffo (la fronte) mi han toccato, non avevo febbre, ora ce l’ho da cavallo]. ↩︎
  12. [Margherita, tu pretendi che il mio uccello sia sempre duro e dritto a tutte le ore tutti i giorni: non è come il dito di una mano! Puoi carezzarlo, parlarci insieme per svegliarlo: fatica sprecata. È la tua faccia prepotente che blocca tutto.] ↩︎
  13. [I tuoi soldi li tieni in cassaforte, dicendomi che li avrò alla tua morte. Ma guarda, Giovanni, se non sei stupido, che la mia voglia allora è proprio quella.] ↩︎
  14. Marziale in Romagna, https://digilander.libero.it/pevol/pevol/ (ultimo accesso 13-9-22). ↩︎
  15. [Quando andiamo ai bagni, con mille scuse ci guardi chiedendoti perché i miei ragazzi abbiano fra le gambe così bei randelli. Te lo dico io, per inculare i curiosi.] ↩︎
  16. M. dell’Arco, Marziale per un mese, cit.; Idem, Il dolce far niente: Catullo Orazio Marziale arromanescati da Mario dell’Arco, Il nuovo Cracas, Roma 1964; Idem, Lasciatemi divertire, ovvero Marziale per un altro mese, Laziografik, Roma 1972. ↩︎
  17. A. Trombadori, Prefazione a Poesie Romanesche, Newton Compton Editori, Roma 1987: «Una lingua che non sia verniciata di dialetto ma di dialetto nutrita e, perciò, nel dialetto interamente immersa, immedesimata e rigenerata, proprio nella misura in cui se ne fa più monda e affrancata. E questo è Dell’Arco». ↩︎
  18. Cfr. Libero de Libero, «raro il merito che ti tocca: di aver letto Marziale e di aver scritto Dell’Arco. Quanti hanno letto tutto, poi scrivono niente», da una lettera del 1963, in C. Marconi, «Hai letto Marziale e hai scritto Dell’Arco» Mario dell’Arco traduttore e tradotto, in F. Onorati (a cura di), Scritti in onore d Muzio Mazzocchi Alemanni, Il cubo, Roma 2009. ↩︎
  19. M. dell’Arco, Tutte le poesie romanesche (1946-1995), a cura di C. Marconi, prefazione di P. Gibellini, postfazione di F. Onorati, Roma, Gangemi, 2005. ↩︎
  20. Per il testo latino, qui come altrove, ci si avvale dell’edizione di Martialis, Épigrammes, texte établi & traduit par H. J. Izaac, Paris, Les Belles Lettres, 1961. ↩︎
  21. Su Dell’Arco traduttore vedi F. Onorati e C. Marconi (a cura di), Studi su Mario dell’Arco, Gangemi, Roma 2006 – Atti del convegno  tenuto a Roma dalla Fondazione Marco Besso il 4 ottobre 2005; F. Onorati, Mario dell’Arco e il diletto nel tradurre e nell’essere tradotto, in «Letteratura e dialetti», 16, 2023, pp. 57-68. ↩︎
  22. D. Di Palma, Apophoreta di Marziale. Traduzione in dialetto romanesco, Editions du Tessin, Lugano 1978; Idem, La luce anniscosta, Editrice Ianua, Roma 1983. A cui aggiungere: D. Di Palma, Apophoreta. 2, Editions du Tessin, Bellinzona-Lugano, 1980; Idem, Apophoreta. 3, Edizioni universitarie, Roma 1992; Idem, Apophoreta. 4, [s.l.], Salemi, 1996. ↩︎
  23. Dalla quarta di copertina, a firma di L. Felici, di D. Di Palma, La luce anniscosta, cit. (con rinvio a «Studi Romani», XXX, 2, aprile-giugno 1982). ↩︎
  24. M. Mazzocchi Alemanni, Prefazione, ivi, pp. 6-21: 20. ↩︎
  25. Spartacus Quirinus (C. Francesconi), Li vèrzi de l’ussuria, Youcanprint, Tricase 2015 (1a ed. 2003). ↩︎
  26. Si cita l’epigramma IV 84: «Nun c’è pe Roma chi te se sia chiavata, / eppuro ciai patiti a pipinara. Chiedo: / com’è che Taide è sana? / Li cazzi, Taide, li suga» [Non c’è per Roma uno che t’abbia chiavata, eppure hai tanti che ti supplicano. Chiedo: com’è che Taide è casta? I cazzi se li succhia]. ↩︎
  27. F. Zagato (a cura di), Marziale: i cento epigrammi proibiti, Testo latino a fronte, Tascabili Economici Newton, Roma 1992. ↩︎
  28. G. Vaccaro, Vocabolario romanesco belliano, Romana Libri Alfabeto, Roma 1969. ↩︎
  29. Il pinolo: http://www.bandb-rome.it/marziale_profano.html (ultimo accesso 15-9-22): «Edilo, quanno che me dichi “sbrighete, datte da fa’ se t’arrazza”,/ me se smoscia tutto e me fai puro passà la voja./ E dimme d’aspettà: so’ più veloce se me trattenghi./ A-Edilo, se ci-hai prescia, dimme de fa’ co’ carma» [I 46]. ↩︎
  30. https://www.corcumellovillage.it/index.php/2019/01/05/terzo-esperimento-di-traduzione (ultimo accesso 15-9-22). ↩︎
  31. «Mentre stéa a pregà Giove ajo Campidóglio, / reggénnese ritto sull’ogna degli péti, / a Etone se cci nne scappéste ’na coréa. / Scoppìstoro a ride j’ómmini, ma puri jo Patro degli dèi / remase offeso e jo condannéste / a cenà alla casa sé pe’ ttrè jorni. / Da allora, dóppo ’sto castigo, jo póro Etone, / quando se nne vo ji’ a pregà ajo Campidóglio, / prima passa agli céssi pubblici de Patérclio / e lòco coréa dièce, vìnti ’òte; / po’, puri se s’è sfocato de tutti i “remùri”, / se mette a pregà Giove a chiappi strétte». ↩︎
  32. G. Jovine, Chi sa se passa u’ Patraterne: Marziale, Orazio e Montale a Campobasso, con una nota di M. L. Spaziani, Il Ventaglio, Roma 1992. Della sua produzione poetica dialettale si ricorda Lu Pavone, versi in dialetto molisano (Adriatica, Bari 1970), ripubblicato con inediti e prefazione di T. De Mauro, Enne, Campobasso 1983. ↩︎
  33. [Ci vogliono vino, femmine e nottate ma le nottate con la luce accesa per vedere come si muove quella roba che tu nascondi dietro la camicia, il busto, la sottana e la vestaglia come se stessi dentro un convento. Moglie mia non posso dir bene di te! Ti gonfi d’acqua e ti addormenti al buio, lingua non muovi e non muovi nemmeno un dito, nel letto stai come una morta dentro una bara. Fa’ pure la monaca di giorno, ma la notte, la notte non aver vergogna: sul pagliericcio non si dice il rosario, ma si balla, Concetta, la tarantella.] ↩︎
  34. E. Ricci, Epigrammi di Marco Valerio Marziale, traduzione nel dialetto di Secinaro in Abruzzo, prefazione di G. Cocciante, REA Editoria & Comunicazione, L’Aquila 2008. In secinaro ha tradotto anche Poesie di alcuni poeti della Grecia antica (Qualevita, Torre dei Nolfi AQ 2022). È autore di una ventina di libri di poesia dialettale e di numerosi saggi di varia cultura, soprattutto locale. ↩︎
  35. G. Cocciante, Marco Valerio Marziale, in E. Ricci, cit., p. 8. ↩︎
  36. [I versi del libretto che reciti, / caro Fidentino, sono i miei. / Ma se li reciti male sono i tuoi.] ↩︎
  37. «Verona docti syllabas amat vatis, / Marone felix Mantua est, / censetur Aponi Livio suo tellus / Stellaque nec Flacco minus, / Apollodoro plaudit imbrifer Nilus, / Nasone Paeligni sonant, / duosque Senecas unicumque Lucanum / facunda loquitur Corduba, / gaudent iocosae Canio suo Gades, / Emerita Deciano meo: / te, Liciniane, gloriabitur nostra / nec me tacebit Bilbilis» (I 61). ↩︎
  38. F. Granatiero, Marco Valerio Marziale. Accattatille. Epigrammi volti in pugliese da Francesco Granatiero, nota critica di G. Tesio (Aguaplano, Perugia 2022). La poesia di Granatiero è ora raccolta in Premeture. Guidaleschi, Poesie 1975-2019, con contributi critici a cura di R. Marciano, Aguaplano, Perugia 2019. Ma altro resta in Passéte (Interlinea, 2008), Varde (Aguaplano, 2016), Spòreve (Aragno, 2019), Criste nd’i cardune (Carabba, 2024). Tra le svariate opere di dialettologia, il Vocabolario dei dialetti garganici (2012). ↩︎
  39. G. Tesio, nota critica a Marco Valerio Marziale, Accattatille, cit., pp. 7-8: 8. ↩︎
  40. [Se un prestito ti chiedo, in primis presti; / poi quello che prometti neghi presto. / Io amo chi mi presta, chi il prestito / mi nega non disprezzo: ma tu presto / non dici no, né presto o tardi presti.] ↩︎
  41. [Matteo quando era strabico / aveva ridotto il debito a tre quarti. / Ora che è guercio ti gabba / arrivando a metà. / Arraffa, pochi, maledetti e subito, / ché non sia mai l’altro occhio parta / il credito diventa carità.] ↩︎
  42. [Mi chiedete perché non mi sposo con una donna ricca? Per non essere la moglie di mia moglie. Perché sia giusta, la moglie dev’essere inferiore a suo marito: se no non sono pari.] ↩︎
  43. G. Tesio, premessa a F. Granatiero, Marco Valerio Marziale. Accattatille, cit., pp. 7-8. ↩︎
  44. S. Calì, Epigrammi di Marziali (o quasi), traduciuti cu cuscienza di lupu, Calì, Catania 1966. Professore di lettere negli istituti superiori, ha tradotto autori greci e latini, da Fedro e Giovenale all’Antologia Palatina, e ha partecipato al movimento d’avanguardia di «Antigruppo» (collaborando alla rivista «Antigruppo 73»). Tra le sue opere in dialetto: Mungibeddu (1947), Frati Gilormu (1966), Mara Sgamìrria e Répitu d’amuri (1967) Canti siciliani (1968), La notti longa (1972). ↩︎
  45. F. Torrisi, Prefazione a S. Calì, Epigrammi, cit., p. 7. ↩︎
  46. M. dell’Arco, I poeti hanno la gamba lunga, in S. Calì, Mara Sgamìrria, Niccolò Giannotta Editore, Catania 1967, p. 11. ↩︎
  47. S. Puglisi, Marziale in siciliano, prefazione di S. Riolo, Cavallotto, Catania 1995. Tra le sue raccolte di poesia dialettale: Vuci di puisia (1980) che include alcune traduzioni dai lirici greci e due carmi di Catullo, Cori anticu e Cumeti a lu ventu (1985) con, anche, venti favole di Fedro e 123 epigrammi di Marziale. ↩︎
  48. Traduzioni in lingua di S. Puglisi figurano in L. Fiorentino, Letture classiche, Edizioni Scolastiche Mondadori, Milano 1961, pp. 218-220 e in R. Fisichella e F. Corsaro, Mores maiorum, ivi 1972, pp. 484-492. ↩︎
  49. P. Sessa, (Marco Valerio Marziale) A mala sorti. Epigrammi scelti tradotti in siciliano da Paolo Sessa, Gruppo Editoriale Bonanno s.r.l. – A & B editrice, Acireale-Roma 2019. Di lui si ricorda anche Ntâ valigia di Natali. Poesia e dialetto, Maimone, Catania 2017, con, anche, traduzioni in dialetto di celebri testi natalizi italiani e stranieri. ↩︎
  50. [Ti pare giusto, Sorte? Non sono un forestiero che viene di lontano, ma sono della zona, dal popolo della Lupa vengo, allegro ed onesto e parlo due lingue, ma ho il gran difetto di essere un poeta che muore di freddo. Al mio confronto un carrettiere è un uomo importante.] ↩︎
  51. [È vero che per bere ci doni (vino) calabrese, ma chi se lo beve, si dice, non arriva alla fine del mese. Forse tua moglie ci restò secca: io non ci credo, Papilo, ma di sete ne ho poca.] ↩︎
  52. http://salvatoreloleggio.blogspot.com/2018/12/acerra-marziale-nel-siciliano-della-mia.html (ultimo accesso 18-9-22). ↩︎
  53. G. Tesio, Il “Cantico dei Cantici”. Adattamento in piemontese, in «Letteratura e dialetti», 16, 2023, pp. 77-81. ↩︎
  54. Cfr. S. Riolo, prefazione a S. Puglisi, Marziale in siciliano, cit., p. 13: «provando a tradurre gli epigrammi in dialetto e non soddisfatto del risultato ottenuto, il Puglisi ha provato a tradurli in italiano e con un risultato per lui più soddisfacente». ↩︎
  55. Vedi F. Granatiero, La «pantera» e il camaleonte: i travestimenti della Divina Commedia, in «Letteratura e dialetti», 14, 2021, pp. 11-44. ↩︎
  56. M. dell’Arco e P. P. Pasolini (a cura di), Poesia dialettale del Novecento, introduzione di P. P. Pasolini, Parma, Guanda, 1952 (ora, con prefazione di G. Tesio, Einaudi, Torino 1995). ↩︎
  57. M. Chiesa e G. Tesio (a cura di), Il dialetto da lingua della realtà a lingua della poesia. Da Porta e Belli a Pasolini, Paravia, Torino 1978. ↩︎