Dialogando con Granatiero sulla necessità di una grafia dialettale biunivoca

1. La tua esperienza letteraria è intimamente legata allo studio del fatto linguistico, a una ricerca grafologica che, dall’antologia Altro volgare1 del 2015 all’odierna Grafia dialettale del Centro-Meridione2, evidenzia con forza la necessità che gli scrittori in lingua locale appartenenti a una comune area linguistica adoperino una grafia biunivoca che permetta di inter-leggersi. L’obiettivo di «dare equilibrio al disomogeneo paesaggio delle scritture poetiche in dialetto»3 ha con te avviato un cammino che quanto meno restituisce ai dialetti la loro oggettiva dignità di lingua. Grazie al tuo lavoro è ora disponibile una grafia sorprendentemente tradizionale e nuova, un’opportunità che nel rispetto delle differenze locali restituisce il senso di una comunanza identitaria con autorevolezza e vigore.

«La mia attenzione alla grafia risale addirittura al 1976, quando nel congedare A ll‘acchjitte4, il mio primo tentativo di poesia in dialetto (che pure non sfuggì all’attenzione di Mario dell’Arco), andai al “Centro residenziale di studi pugliesi in Siponto” a trovare Michele Melillo, mio vecchio preside di liceo nel frattempo diventato titolare della cattedra di Dialettologia all’Università di Bari, per stilare la Trascrizione fonetica5, poi di volta in volta aggiornata nelle successive pubblicazioni poetiche e linguistiche. Ma è – come dici – con Altro volgare che sento la necessità di una grafia comune. A parte il riconoscimento UNESCO della “lingua napoletana” come seconda lingua d’Italia, non c’era neppure un’antologia della poesia dell’alto Meridione che desse all’area storicamente e linguisticamente ben definita dalla vocale neutra centrale – probabile retaggio di circa duecento anni di occupazione normanna e quasi centocinquanta di occupazione angioina –, una sua connotazione letteraria sovraregionale. A questo si aggiunga la babele di scritture che nella nostra area, proprio per assenza della suddetta vocale nell’italiano, finisce per raggiungere l’estremo punto di illeggibilità».

2. In effetti la scrittura dei dialetti è quanto mai varia e spesso incomprensibile. In internet – diceva Umberto Eco – anche gli «ebeti» si sentono scrittori, protagonisti assoluti come la mosca cocchiera di Jean de La Fontane o come la pugliese pulce nella farina che si crede mugnaio.

«Nel web ognuno scrive il suo dialetto quasi a disfida, come un codice da decifrare a mo’ di indovinello. Si potrebbe considerare un gioco intrigante e divertente, se non fosse che i cultori della propria lingua locale trasformano poi la regola del gioco in regola grammaticale. Internet a parte, la grafia del dialetto è quanto mai diversificata e approssimativa tra gli stessi poeti dialettali, che sono sempre più alle prese con un dialetto imparaticcio.»

3. Eppure la neodialettalità negli anni settanta del secolo scorso, paradossalmente proprio mentre il dialetto sembrava avviarsi al suo declino, pareva inevitabilmente riscattare le lingue periferiche dal loro status di subalternità, rendendole portatrici di sentimenti universali, volti all’intera umanità e non solo ai loro parlanti.

«Andrea Zanzotto chiamava giustamente pregrammaticale l’inconscia lievitazione del dialetto, l’humus della parola poetica, il terreno dove parole e langue si incontrano, ma scriveva il suo dialetto in maniera tutt’altro che astrusa o generica, utilizzando una grafia che si avvicinasse il più possibile all’italiano, usando l’accento dove necessario e segnando per esempio con zh un particolare suono della zeta.6» 

4. Lo sforzo, allora, dovrebbe essere quello di unificare la grafia letteraria del Centro-Meridione italiano, adottando criteri di scrittura semplice, che – come scrivi – «rientrino in una convenzione allargata, che ovviamente non può e non deve prescindere dal gusto, evitando ogni ridondanza, soprattutto se a scrivere sono i poeti. […] Non ortografia di improponibili sovralingue, ma solo una proposta per scrivere ogni singolo dialetto, ogni “parlata” o lingua locale con le sue particolari caratteristiche, nel modo più semplice e condiviso, cioè secondo la grafia dell’italiano.7»

«Certo, secondo la grafia dell’italiano, secondo quella che ognuno ha appreso sui banchi di scuola – come evidenziato da Cortelazzo8 –, utilizzando però tutti gli accorgimenti per evidenziare le differenze della propria parlata. Sicuramente sarà arduo convincere lo sprovveduto che crede di scrivere come parla (chi scrive nella sua lingua di latte sa quello che ha in mente, ma non è detto che lo sappia chi leggerà), né si potrà impedire ai cultori locali del proprio idioma di sentirsi pionieri di grafie fantasiose, ma chi scrive poesia in dialetto considerando la sua parlata una lingua paritaria dovrebbe dare l’esempio, indipendentemente dal fatto di accogliere o meno le mie proposte.»

5. Sono proposte che vanno tenute nel dovuto conto. Una scrittura accurata dà al testo valore aggiunto, mentre una grafia approssimativa non conferisce alla pagina sufficiente dignità. Non a caso hai fatto riferimento alla grafia di Zanzotto e non a caso la scrittura della tua stessa poesia è consentanea alla ricerca della grafia unitaria.

«Una scrittura per leggere e apprezzare anche un dialetto diverso dal proprio è sicuramente perseguibile. In genere si fa della propria grafia una questione di stile, ma scrivere deve essere un’operazione linguisticamente consapevole prima di diventare una questione di stile.»

6. Questo tuo lavoro, per me molto assennato ed esaustivo, penso sia il primo del genere. Non ci sono stati né ci sono, credo, altre proposte di uniformazione rivolte agli scrittori e ai poeti.

«Ci sono stati dei lavori, di Pinin Pacòt, di Manlio Cortelazzo, ma solo relativi al Piemonte, al Veneto, a parlate settentrionali insomma. Da noi no, se si escludono iniziative limitate a singoli centri, come quella tua, voglio dire dell’officina dialettale La Putèca che hai fondato a San Marco in Lamis, del 20149, e quella di Nicolò D’Elia per il mottolese10. Da circa un mese anche Antonio Palumbo di Mola di Bari, sulla scia di una mia proposta a cui tu e lui stesso partecipaste per il blog “Poesia e dialetti”, sta raccogliendo versioni dell’esopico Asino caduto nel pozzo, per stabilire – anticipa – una grafia dell’area barese, ma non so quanto questa possa approdare a un qualche risultato, vista la pluridecennale resistenza di una vecchia pseudoaccademia del capoluogo pugliese.»

7. Quello di uniformare la grafia sammarchese è stato uno dei progetti-cardine della Putèca. Nato con essa (2011), ha determinato semplici criteri basilari cui potersi attenere. Certo, il dialetto sammarchese più recente ha suoni abbastanza chiari e definiti, più facilmente trascrivibili, ma ricordo che il lavoro non fu affatto semplice. Quelle regole valgono ancora oggi per tutti tranne me che pure ne sono stato l’insistente promotore.

«Lo so, non appena hai saputo della mia proposta estesa all’area alto-meridionale, vi hai istintivamente aderito, immagino suscitando una certa perplessità tra i sodali…»

8. Infatti. E ho seguito passo passo, in tutto questo tempo, l’evolversi e il definirsi delle indicazioni, accogliendole di volta in volta, grazie al costante e arricchente contatto con te, tra l’altro prodigiosamente paziente e disponibile al confronto. Naturalmente ho invitato i miei a crederci, adducendo ogni sensata motivazione e senza biasimarli, ma con scarsi risultati: le visioni restano confinate all’ambito particolaristico. Siamo sempre lì.

«Ne so qualcosa.»

9. In tutta verità, l’accoglimento delle tue autorevoli proposte di scrittura sarebbe il modo migliore per dare alla tua grafia il dovuto riconoscimento, soprattutto da parte dei poeti, a cui in modo particolare ti rivolgi. E allora mi chiedo: che genere di riscontri hai avuto, quanti hanno finora intuito la necessità e la portata delle tue proposte?

«A parte l’adesione dei poeti allora in vita inclusi nell’antologia Altro volgare, c’è stata ancor prima quella di Lino Angiuli, poi la tua e, nell’antologia edita da Carabba11, anche quella di Cristina Carlà, che però scrive in dialetto salentino, mentre altri vi aderiscono in misura più o meno parziale.»

10. Sia in Scrivo la mia lingua locale12 che nella Grafia dialettale del Centro Meridione, in accordo con i criteri enunciati nei Fondamenti di dialettologia italiana di Grassi-Sobrero-Telmon13, ti prefiggi di evitare i segni diacritici e, dove possibile, anche i digrammi, prendendo una certa distanza da un fare più propriamente accademico. Poi esamini la scrittura tradizionale dei maggiori poeti dialettali delle aree linguistiche studiate. Quindi riporti un ricco campionario della pronuncia dialettale di singoli centri e, sulla scorta dei migliori dialettologi (da Clemente Merlo e Gerhard Rohlfs a Manlio Cortelazzo e altri), passi in rassegna i vari fonemi.

«Prima delle soluzioni proposte nella rassegna, sarebbe però opportuno soffermarsi sul secondo capitolo, propedeutico, dove viene anche impostata e in gran parte affrontata la discussione sui problemi più importanti della grafia dialettale del Centro-Meridione.»

11. Sicuramente. Né si può sorvolare, per esempio, sulla famosa e centrale o scevà, il tratto che vistosamente sembra accomunare i dialetti dell’area alto-meridionale. Ai capitoli introduttivi che chiariscono la necessità, l’urgenza e il significato di una grafia letteraria unitaria dei singoli dialetti fai seguire il manuale vero e proprio, con la descrizione delle singole vocali aperte (con accento grave), chiuse (con accento acuto), di timbro intermedio (con accento circonflesso), palatalizzate o turbate (con dieresi), delle semiconsonanti, delle consonanti e dei digrammi utilizzati anche in italiano.

«Fin dall’inizio viene evidenziata la distinzione di sillaba aperta e sillaba chiusa. Tale distinzione infatti, in conseguenza del cosiddetto isocronismo sillabico, consente di differenziare le vocali in modo da rendere facoltativi molti accenti nelle parole piane. Un tale alleggerimento di scrittura, purché ben definito, è tanto necessario in una grafia letteraria quanto la ricchezza di accenti lo è in una trascrizione dialettologica.»

12. A tal proposito prendo un frammento a caso da Criste nd’i cardune14, proprio per sottolineare la sobrietà di scrittura della tua proposta:

Mi piacerebbe, a questo punto, che tu evidenziassi come sia possibile qui, in dieci settenari, cavarsela con soli tre accenti, senza abbandonare il lettore a fantasiose pronunce della tua lingua locale.

«È una buona idea. Mi consente di chiarire con pochi esempi lo scopo del mio lavoro. Gli accenti di jattarídde e púrte evidenziano il timbro vocalico dei monottonghi derivanti rispettivamente dai dittonghi iè e uò di *jattarièlle e *puòrte. Le altre parole non necessitano di accento fonico, perché la vocale è pronunciata come in italiano (anne, mmizze, cume, figghie, jatte, pagghjizze, vune, tutte, fatte, une, crisce, àlete, mitte, annu, sicchie, ripe, sbatte), anche se in sillaba libera di parola piana (cume, vune, ripe), come si desume da Segni e suoni16, /u/ e /i/ tendono rispettivamente a [öu] e [ij]. Per il resto /e/ e /o/ in sillaba libera di parola piana hanno suono chiuso (ma qui non ci sono esempi), in sillaba chiusa hanno suono aperto (il dittongo di pannoune e mergioune si pronuncia òu). Unica eccezione la /é/ di allécche, che va pertanto accentata. Il punto mediano dopo pannoune indica l’obliquo senza preposizione.»

13. Su Grafia dialettale del Centro-Meridione la Giuria del Premio Tullio De Mauro (sezione Saggi, Premio Salva la tua lingua locale 2024) ha dato una motivazione che non si può non condividere: «Saggia e illuminata proposta di una ortografia comune ai dialetti del Centro-Meridione, fondata su di un’attenta e puntuale analisi fonetica. L’ampia, motivata e ben selezionata bibliografia è elemento di supporto non secondario per l’utilissimo manualetto dell’autore». Personalmente trovo la tua Grafia, ripeto, assennata ed esaustiva in ogni parte. Segnalo, per esempio, il paragrafo sull’opportunità o meno dell’apostrofo in caso di aferesi, elisione, apocope e in caso di caduta della preposizione ‘a’ in nessi sintagmatici come ad Alberona turnà tterre ‘tornare a terra’.

«La trascrizione dialettologica non usa l’apostrofo, ma qui, nel caso di turnà tterre, neppure un letterato saprebbe dove metterlo, dal momento che turnà‘ farebbe pensare all’apocope di -re e ’tterre all’aferesi di atterre. Un filologo potrebbe anche scrivere turnà ‘ tterre, ma non so quanto una tale soluzione possa essere comunemente accettata. Già questo esempio basterebbe a farci scrivere il rafforzamento fonosintattico, ma molte altre sono le ragioni per non trascurarlo. Il sintagma dialettale a case in una grafia approssimativa potrebbe significare ‘a casa’, ‘la casa’ o ‘alla casa’, laddove un’attenta scrittura (rispettivamente a ccase, ‘a case, â case) può chiarirne il significato. Il rafforzamento fonosintattico può avere anche valore morfologico (come a Napoli e in vari centri di Puglia e Lucania) e distinguere il genere femminile per esempio tra i cuggine ‘i cugini’ e i ccuggine ‘le cugine’ o il neoneutro u rrusse ‘il colore rosso’ e ‘il tuorlo dell’uovo’ da u russe ‘l’uomo dai capelli rossi’».

14. Particolare è l’uso del trattino, che in alcune pubblicazioni (come Curlicchie17 e Criste nd’i cardune) hai utilizzato anche per indicare il rafforzamento fonosintattico.

«Il trattino, da alcuni dialettologi usato in luogo dell’apostrofo, nel manuale viene riservato all’obliquo senza preposizione (San Marco in Lamis FG l’acqua-lu-hjume ‘l’acqua del fiume’, Mattinata FG li famurre-la-terre ‘le viscere della terra’), a negazioni pugliesi come m-bote ‘non può’, n-déne ‘non tiene’, nn-éve ‘non ha’ o siciliane come n-passari ‘non passare’, nn-èssiri ‘non essere’ e anche all’articolo abruzzese di r-zòle / r-sole ‘il sole’ accanto all’apostrodo di ‘l zole a Jesi o a Perugia. Il trattino serve a disambiguare, tra l’altro, la negazione dall’aferesi del prefisso latino IN (nnanze ‘innanzi’, nnammurete ‘innamorato’, mbundàrece ‘impuntarsi’), che non necessita di apostrofo se in dialetto la sua /i/ è regolarmente scomparsa. Il trattino indice di rafforzamento fonosintattico è una possibilità sempre valida, in quanto, essendo preceduto da ben distinte cogeminanti, come pe (per), cchiù (più), sò (sono), snellisce la scrittura e non crea ambiguità, soprattutto in poesia, che normalmente neppure necessita del segno dell’accapo.

15. Importante mi sembra poi l’uso della i lunga.

«Ho dedicato ad essa forse più spazio del dovuto, perché la j semiconsonante è molto preziosa. Oltretutto essa nell’alfabeto fonetico internazionale (IPA) ha lo stesso valore che ha nella parola Juventus, anche se i giovani, non conoscendola, finiscono per leggerla come nell’inglese jazz. Abolita dalla lingua, essa è molto utile nei dialetti (Piero Fiorelli), anche per differenziare una e grafica finale (Napoli maie ‘mai’) da una paragoge con valore sillabico (Mattinata FG passéje ‘passare’). Non per nulla Nicolò D’Elia per il dialetto di Mottola (TA), consigliato da dialettologi come Francesco Avolio e Mario Romano, ha finito per adottarla in qualunque posizione.»

16. Un’attenzione particolare viene riservata alla sibilante preconsonantica che diventa sc(i) in Abruzzo (Pescara štelle/sttelle) come in Campania (šcarpa/sccarpa, sušpire/susppire), in Molise (šfamà/sffamà) e in Puglia (šcaffe ‘schiaffo’), e alla corrispondente sonora campano-molisana ž (šmammà/smmammà ‘divezzare’). Un fonema che i poeti hanno variamente rappresentato, spesso senza distinguerlo dalla s italiana, altre volte, come in Puglia, ricorrendo al nesso consonantico sck o scc (sckaffe/sccaffe).

«Molto più intricata è la questione del digramma sc(i) del dantesco «basciare», fonema diffuso da Firenze e Roma a Puglia e Salento, fino alla Sicilia, e spesso confuso con il digramma rafforzato dell’italiano. Un fonema a cui si è sopperito rafforzando in ssc(i) o šc(i) un digramma di per sé già rafforzato e dando ad esso un valore diverso da quello che ha normalmente nella lingua nazionale, mentre bisognava accordare il suono scempio che accomuna la c(i) di ‘bacio’ in bocca toscana o romana, la ç(i) del sic. çiuri, il digramma dell’abruzzese vascià, del napoletano busciardo, del pugliese sciucà ‘giocare’. Dopo aver sperimentato numerosi altri tentativi, ho dovuto infine far ricorso a un accento diacritico sulla c del tradizionale digramma di grado tenue (Puglia vasće ‘bacio’ vs vasce ‘basso’, sćì ‘andare’ vs scì ‘uscire’), peraltro non necessario dopo dittongo o allungamento vocalico (Mattinata FG murèisce ‘ombra’), dove il digramma sc(i) è notoriamente non rafforzato.»

17. Murèisce è una parola che ricorre spesso nella tua poesia. Essa indica l’ombra e ha dentro la luce del latino meridie(m), emblematicamente presente in Pesature18, un tuo testo tutto giocato sulla fricativa tipicamente apula dello iod cui affidi l’endofasico, onomatopeico fruscìo della paglia:

«Della musicalità di Pesature hai mirabilmente scritto in un tuo recente saggio20. Nel primo verso della terzina (letteralmente ‘ombra non pascola’), il digramma sć(i), secondo l’ultima edizione della Grafia, grazie al frangimento vocalico in sillaba libera di parola piana, può fare a meno del diacritico (mureisce ne n-gambìisce) e anche, aggiungo, del trattino, dal momento che in mancanza di aferesi (ne ngambìisce) ne disambigua da ‘in’ (ngambìisce ‘al pascolo’). 

18. Noto che anche per la esse e la zeta sonore hai dovuto ricorrere all’accento diacritico.

«Sì, e lo consiglio (ś, ź), primo perché si tratta di lettere ora finalmente disponibili in LibreOffice Writer, secondo perché la necessità di ricorrervi non è frequente. In ogni caso c’è anche la possibilità di scrivere sz (s sonora) e zs (zeta sonora), sempreché per quest’ultima non si preferisca il digramma dz (cfr. adzurre, in DVG21). Per il resto, se si vogliono evitare i segni diacritici22, non si potrà che ricorrere a digrammi. Così è per l’occlusiva retroflessa sonora (sal. e sic. staddha ‘stalla’), per la fricativa palatale sorda (Casacalenda CB hjume ‘fiume’, Maierato VV hjuhhjari ‘soffiare’), per la laterale palatale semplice (Bugnara AQ filje ‘filo’ vs figlie ‘figlio’), per la nasale palatale semplice (sal. calùnja ‘calunnia’), per la nasale velare (Celle San Vito FG tténhe ‘tempo’), per la fricativa palatoalveolare sonora (FI collesgio, Limbadi VV storicesgia ‘storiella’), per l’occlusiva retroflessa sorda (sal. e sic. quatthru ‘quattro’)».  

19. Vedo che scrivi il verbo avere senza l’acca.

«Non ha senso usare una lettera per un suono che non c’è. L’h la riservo alla fricativa velare o laringale sorda: Gizzeria CZ alla hina ‘alla fine’ (cfr. spagn. harina ‘farina’), Cardinale CZ hari ‘fare’».

20. Fondamentale mi sembra il Repertorio di versi esemplarmente trascritti da fonti orali affidabili di decine di poeti più o meno noti e brani di versioni di La tramontana e il sole di Esopo in molti dialetti dalle Marche alla Sicilia.

«Si tratta di poeti che in genere ho consultato personalmente e di versioni che in parte ho raccolto per il sito “Poesia e dialetti” e in parte ho attinto dal Laboratorio di Fonetica Sperimentale “Arturo Genre” di Torino.»

21. Occupandoti, tra l’altro, dei dialetti dell’alto Meridione, ossia della «lingua napoletana» UNESCO, non poteva mancare il raffronto con la grafia del dialetto partenopeo, lingua che affonda nei secoli della nostra letteratura. Mi chiedo per quale ragione non ti sia spinto, a questo punto, a estendere le tue proposte alla scrittura dello stesso napoletano: timore riverenziale?

«Il dialetto napoletano è a tutti gli effetti una lingua letteraria che, a parte il suo patrimonio di canzoni a diffusione internazionale, ha una sua storia di secoli e autori che fanno corpo con la storia della letteratura italiana tanto poetica quanto narrativa e teatrale, la cui grafia è già fin troppo stravolta e scimmiottata da utenti dei social media e da un cantante come Geolier che sicuramente non hanno mai letto, non dico Giambattista Basile ma neppure Salvatore Di Giacomo, Eduardo o ‘A livella di Totò. Ciò non toglie che autori della Campania possano scegliere di scrivere in napoletano o nella loro lingua locale adottando le proposte del mio manuale23.»

22. La versione della Grafia dialettale del Centro-Meridione del 2026 può essere considerata risolutiva o, piuttosto, il processo di definizione non può mai dirsi concluso?

«Dipende dalla disponibilità di nuovi segni nelle tastiere, come ad esempio la semplice sottolineatura di una lettera nei social, a tutt’oggi normalmente impossibile. Basterebbe questa per distinguere, per esempio, una consonante sonora da una sorda o un digramma come sc(i) di grado tenue. Accoglierei volentieri una ʒ sonora accanto a una z sorda nello stesso carattere. Uno studio più capillare dei vari dialetti può, inoltre, richiedere nuove soluzioni. Ecco, pensando, per esempio, all’area barese o anche a Mottola nel tarantino, si nota che c(i) in protonia resta tale, mentre dopo l’accento tonico suona [š]: BA decéve ‘diceva’, facì ‘fece’ ma diše ‘dice’. Si potrebbe allora usare la stessa lettera con l’accento e scrivere decéve e diće, sulla scorta del dialettologo Giacomo Melillo24. Oltretutto c(i) = [š] è normalmente scritto c(i) a Firenze come a Roma. Ma le soluzioni finali saranno sempre e solo quelle che riusciranno a farsi strada tra i poeti in dialetto, che sicuramente non mancheranno.»

23. Da buon poeta/profeta, come intravedi il futuro delle lingue locali, mortificante o promettente?

«L’esplodere della poesia neodialettale negli anni settanta del secolo scorso nasceva proprio dalla paura di morte dei dialetti. Si parlò di “canto del cigno”. Nel frattempo tante lingue e dialetti sono effettivamente morti nel mondo. I nostri dialetti si sono in gran parte trasformati ma mostrano ancora una certa vitalità. È indubbio tuttavia che la maggior parte dei bambini imparano ormai soltanto l’italiano e che il numero dei parlanti si va via via assottigliando. Non ci vuole un profeta per dire che di questo passo i dialetti diventeranno un qualcosa di molto simile a un italiano regionale infarcito di anglismi, magari arricchito dal gergo della creatività giovanile. Penso che i dialettali del domani potranno ugualmente utilizzare le nuove parlate così come Mario dell’Arco ha fatto egregiamente con il suo romanesco che, rispetto a quello del Belli, diventa una raffinata “patina” letteraria. Niente impedisce comunque di usare il dialetto come una lingua morta o, con Pascoli, “una lingua che più non si sa”.»

24. A me non viene di temere il futuro in tal senso, si rafforzino o meno le scelte in favore di un uso consapevole delle lingue locali, sprofondino o meno esse sotto l’intransigenza degli uragani anglofoni. Credo che il valore incastonato nelle creazioni di pregio nelle lingue minoritarie sarà l’oro da estrarre. Credo che uno scatto d’orgoglio e una sete di dignità spingeranno, prima o poi, coraggiosi accademici con fiuto da tartufo verso scavi che varranno la candela. Ai posteri ardue indagini e acute sentenze.


  1. F. Granatiero, Altro volgare: per una grafia unitaria della poesia nei dialetti alto-meridionali, La Vita Felice, Milano 2015. ↩︎
  2. F. Granatiero, Grafia dialettale del Centro-Meridione, KDP, 3ª edizione, 2026. ↩︎
  3. M. Vercesi, su F. Granatiero, Altro Volgare, cit., in «Letteratura e dialetti», n. 8, 2015, p. 160. ↩︎
  4. F. Granatiero, A ll‘acchjitte [Al riparo dal vento], Italscambi, Torino 1976. ↩︎
  5. Ibidem, pp. 5-7. ↩︎
  6. Cfr. Nota ortografica, in A. Zanzotto, Filò e altre poesie, Lato Side Editor, Roma 1981, p. 119. ↩︎
  7. F. Granatiero, Introduzione a Altro Volgare, cit., p. 7. ↩︎
  8. M. Cortelazzo e altri, Grafia unitaria veneta: manuale a cura della Giunta regionale del Veneto, Editrice La Galaverna, Venezia 1995. ↩︎
  9. https://laputeca.altervista.org/2014/01/23/ladozione-delle-note-comuni-di-trascrizione-del-dialetto-sammarchese/ ↩︎
  10. N. D’Elia, Scriviamo il mottolese: manuale di ortografia e fonetica del dialetto di Mottola con esempi pratici, con il contributo di F. Avolio, M. Giuliani, F. Granatiero, G. Pagliarulo, A. Romano, V. Rota, KDP, 2026. ↩︎
  11. F. Granatiero, Poesia dialettale oggi: voci di Puglia, Carabba, Lanciano 2024. ↩︎
  12. F. Granatiero, Scrivo la mia lingua locale: manuale di grafia unitaria del Centro-Meridione, Cofine, Roma 2021. ↩︎
  13. C. Grassi, A. Sobrero, T. Telmon, Fondamenti di dialettologia italiana, Laterza, Bari 1998, p. 300. ↩︎
  14. F. Granatiero, Criste nd’i cardune [Cristo tra i cardoni], Carabba, Lanciano 2024, pp. 7-8. ↩︎
  15. [A sette anni mi mostri / come figlia la gatta / nell’antro della paglia / come figlia e li lecca / a uno a uno tutti / i gattini figliati / che uno ne cresci e gli altri / li metti in una secchia / e li porti al burrone / e alla roccia li sbatti.], ibidem. ↩︎
  16. F. Granatiero, Criste nd‘i cardune, cit., p. 104. ↩︎
  17. F. Granatiero, Curlicchie: le avventure di Pinocchio in dialetto pugliese, KDP, 2023. ↩︎
  18. [Trebbiatura], in Criste nd‘i cardune, cit., II 20, p. 55. ↩︎
  19. [Ombre niente, non pascolano / se il tempo non s’impaglia / e il cielo non ha nuvole.] ↩︎
  20. L. Ianzano, Tra i cardi di Granatiero, in «La Terrazza», n. 17, dicembre 2025, pp. 10-15. ↩︎
  21. F. Granatiero, Vocabolario dei dialetti garganici, Claudio Grenzi Editore, Foggia 2012, s. v. azzurro. ↩︎
  22. Cfr. C. Grassi e altri, Fondamenti di dialettologia italiana, cit., ibidem. ↩︎
  23. F. Granatiero, Grafia dialettale, cit., §. 6.2.2 e cap. 7. ↩︎
  24. G. Melillo, I dialetti del Gargano (Saggio Fonetico), ristampa anastatica dell’edizione di Pisa 1926, Arnaldo Forni Editore, Sala Bolognese 1985, p. 2, che per la precisione usa una ć tagliata (ć). ↩︎