Questo non è il luogo della superficialità. Questo è il luogo della parola antica, ponderata, scelta per essere incisa sul piatto della verità universale
Luigi Ianzano
Identità singolari e babele linguistica. La poesia che salva
L’identità personale ibrida
Si parla di contaminazione per riferirsi a un insieme di elementi che, venendo in contatto, si condizionano a vicenda. Un’interazione che fa nascere qualcosa di nuovo: ognuno continuerà a sussistere ma non come prima. Ci si potrebbe chiudere, conservare a ogni costo i propri modi non consentendo a nessuno di scalfirli: contaminazione ci sarebbe comunque, senza volerlo. L’uomo si definisce attraverso il dialogo e l’incontro: come insegna la pedagogia, non esiste un io isolato, ma un io che si costituisce nella relazione col tu1. Ciò vale anche per le culture, liturgie della relazione che si contaminano: prestiti, riorientamenti e miscugli di identità sempre accadono, non solo quando saltano agli occhi. L’identità personale è sempre ibrida, condizionata dagli ambienti in cui opera. Ciò non nega la singolare identità ma apre con naturalezza a nuove possibilità. Ognuno scaturisce dall’unione di due procreatori e costituisce una nuova individualità, che avrà bisogno di essere nutrita nella carne (alimentata) e nello spirito (educata), ma che in origine è già un capolavoro senza pari, che si rispecchia in questo componimento in apulo-garganico di Francesco Granatiero:
L’assemigghie2
Mó ne mbutime cchiù
parlènne dice «i’» e «ttu»,
mbicche sparte putime
u tuuë e u mijë.
Ssa surgetèdde mbrògghie
tutte li matassë
e, së pure de li mammë
jè cusse u mègghie spasse,
tu, mo, ne ngi truuènne
l’assemigghie.
Ssa quatraredda nòstre,
ssa còuse che c’è figghie,
è nóva ndutte;
e, quannë rire, rire,
nò p’li mije e nnò p’li tuue,
pe l’ùecchië suue.
Ssa figghie nn’ha dda jèsse
nu spècchie addòue
putìrece ammeré;
e nujë amm’a truué
nd’a ss’ùecchie azzurre,
nd’a ssu mére affunne,
a jéssë sckitte e au munne
de quéss’ànema nóve.3
Identità plurale e paura del diverso
Se osserviamo in profondità il nostro continente, riscopriamo un’Europa che per vocazione è terra di incontro e ospitalità. Una comune identità europea va cercata nella straordinaria ricchezza di storia culturale: qui, hegelianamente, l’Occidente ha la sua culla, l’Oriente si fa Occidente e lo spirito, che nasce orientale, si fa occidentale4. Due mondi (dal latino mundus: sistemazione ben disposta, bell’ordine) in relazione: oriente è emozione, immaginazione, armonia, spirito, interiorità; occidente è ordine, materialità, razionalità, scienza, tecnica, metodo, esteriorità. Possiamo condensare così tutto il passato, il presente e anche il futuro dell’Europa. La civiltà mediterranea, in particolare, ha al suo centro il mare nostrum che ci dota di un cuore universalistico, permette l’incontro e la convivenza fra etnie con storie, culture e identità molto diverse: «insinuandosi “fra le terre”, dentro di esse, è capace di unire tre continenti, un mare-terra a un tempo aperto e racchiuso, un mare ossimoro che riunisce in sé gli opposti e li armonizza, dinamico e decisivo per i destini degli esseri viventi»5; un «mezzo di trasporto eccezionale per veicolare aspirazioni sogni visioni idee immaginari: materiale… immateriale che da millenni e per millenni ne ha fatto una culla di civiltà e un laboratorio di multiculturalità. In queste acque così prolifiche, così ricche di storie e di miti, hanno intinto la penna i poeti [….], che possono senz’altro dire la loro grazie alla diuturna confidenza con la visionarietà da cui sono generalmente attraversati e grazie all’invenzione di prospettive alternative loro congeniali»6.
Gli attraversamenti sono fenomeni editi, più intensi in questa inedita era delle migrazioni7: maree di persone neutralizzano confini tradizionali e rendono, di fatto, polietnico ogni Paese. Una continua mescolanza di diversità che ripropone, in fondo, cruciali problemi di civiltà. Conosciamo la soluzione del melting pot, la “pentola” in cui le minoranze sono invitate a diluirsi in una cultura nazionale, un’identità ben definita e salvaguardata da una maggioranza conservatrice. Pensiamo alla cultura wasp dell’America bianca protestante col suo american way of life (i valori codificati dai padri fondatori al momento della nascita degli States). Pensiamo alla Francia, che diventa nel tempo punto di raccolta di esseri umani di varia provenienza (sia pure con raggio più ristretto), invitati alla francisation. Soluzione salvifica alternativa è quella del multiculturalismo, ideale di convivenza che tenta di valorizzare adeguatamente tutte le culture e i sistemi di valori su cui esse si fondano: non esisterebbe una cultura cui spetti il compito di civilizzare il resto del mondo. Eppure sin dal Cinquecento abbiamo ritenuto che la cultura occidentale fosse in qualche modo superiore, che i nostri valori potessero e dovessero essere esportati ai quattro angoli del pianeta. Le idee di colonizzazione, sviluppo capitalistico, progresso scientifico, persino – secondo alcuni – l’evangelizzazione missionaria cristiana, sarebbero impregnate di questa superbia culturale. Le carte universali dei diritti, pur altissimi traguardi dell’umanità, nascono tra noi. Inconsciamente, tanti di noi continuano a ritenere la cultura occidentale più alta in grado di civiltà, che i valori conquistati nel corso della nostra tormentata storia sociopolitica siano la massima espressione di umanità, e pretendiamo che il resto del mondo debba quantomeno riconoscerlo, se non riconoscersi.
Indipendentemente da quale possa essere la migliore soluzione, il guaio grosso è che ci lasciamo avvincere dalla paura: temiamo il diverso, comprensibilmente spaventati da ciò che non conosciamo, che ci sfugge, che non ci appartiene, col dilemma di integrare i nuovi arrivati o correre il rischio di essere integrati, assimilare o venire assimilati. Il guaio è che non siamo sicuri di noi stessi: l’io non si ritrova. Lo canta in tutta verità Alfredo Panetta, ricalcando il celebre verso di François Villon «Je connois tout, fors que moi-mesme» [Tutto conosco, fuorché me stesso]8, tra pregnanti intrecci di verità in bella apparenza più ovvie:
Ballata d’i cosi i nenti9
Mi fidu u viju luntanu a deci metri
nu pùlici zziccatu nt’è pili ’i na crapetta.
All’intrasattu ncuathru nu cristiianu
’i comu signa ’u passu, ’i comu mi saluta.
’I quali gutti nesci ’u vinu chi mi ciurru
Mi basta a sira ’u arzu l’occhji ò cielu.
pemmu ndovinu quanti gocci jetta
o se domani ’u suli spacca ’i pethri.
Eu chistu sacciu e sacciu puru àutru
ma ammata non mparà cu sugnu eu.
Juciu nto scuru ’u mònacu di l’àbbitu
e du guardari u servu du pathruni.
Sacciu quand’unu parra ch’è c’ammuccia,
aundi stannu i pacci, aundi i bboni.
’I quali gutti nesci ’u vinu chi mi ciurru
e l’ògghjiu megghjiu ’i quali utri cula.
Eu chistu sacciu e sacciu puru autru
ma ammata non mparà cu sugnu eu.
Capisciu o volu a mbidia du mulu
quandu senti ’u cavaju galoppari.
O a paghura du sùrici nta tana
mentri ’u serpenti nci ncugna inta a lingua.
Sacciu cu guadagna e mbeci cu è perdenti
ogni juornu c’u mari faci a ruggia
e sburra novi vucchi da spamari.
’U Bbeni end’è mmucciatu eu puru sacciu
c’o Mali u trovi aggratis ò mercatu
sacciu c’a Morti esti a giusta misura
ma cu sugn’èu ammata no’ mparà.10
Contaminazione fonte di creatività per eccellenza
In campo artistico, all’interno di uno stesso contesto espressivo scaturiscono generi e stili inediti. Da determinati modelli ritenuti ideali si elaborano via via espressioni nuove. Platone comincia a distinguere la tragedia dalla commedia, Aristotele la poesia dalla prosa. Croce un rompi-schemi per eccellenza. Manzoni è in guerra contro la tirannia di regole presuntuose, in difesa del libero sfogo della fantasia. Sciascia fonde, nella trama gialla, elementi allegorici, satirici, saggistici. Calvino e la scrittura fantascientifica. La poesia contemporanea si rende libera dai ritmi e dalle sillabe contate, sorpassa regole canoniche. Questo scambio di elementi, in principio distinti, è reso possibile dall’indole creativa. L’arte tira fuori la verità dell’uomo, ciò che l’uomo pensa e vede, che non sa o non può dire in altro modo. Il poeta è profeta: legge i segni, prefigura, addevina [raggiunge prima, intuisce]. E perciò infastidisce, vive da incompreso ed è finanche temuto.
Contaminazione si sperimenta tra i più diversi contesti socioculturali, che finiscono per amalgamarsi abbastanza simbioticamente o possono restare scatole chiuse, contenendosi a mo’ di matrioska. Pensiamo alle colonie albanesi in Italia meridionale, fondate da famiglie in fuga dalla furia ottomana o da guerrieri slavi chiamati dagli Aragonesi, concentrate in paesini in cui si sono conservati lingua e costumi balcanici, contaminati nel tempo dalla lingua e dai costumi autoctoni. Nel Duecento un centinaio di militi angioini con rispettive famiglie si insediano in Capitanata e fanno di Faeto e Celle San Vito delle isole linguistiche francoprovenzali giunte fino a noi, contaminate dalla cultura del territorio ospitante. C’è l’universo della letteratura dell’emigrazione, dolorosissima esperienza di sradicamento, di travagliata integrazione in un mondo troppo distante dal seno materno, al quale l’emigrante continua ad attingere per istinto di sopravvivenza. Si erge ad autorevole riferimento la figura del prof. Joseph Tusiani: una storia di emigrazione struggente e fortunata, apoteosi di bellezza umana e letteraria scaturita da una prolifera contaminazione. Ecco uno dei suoi primi componimenti in lingua materna.
Lu trene ‘la Garganeca11
Lu Gargane jè cagnate: te faceva ‘mpressïone
cu ddi prete arruventate, cu ddu povere cafone
che parteva la matina cullu ciucce e la vesaccia
e la desperazïone scritta ‘n core e scritta ‘mpacce.
Mo so’ ville a non funì, case belle a chiù non pozze,
mo nisciune vò sentì parlà chiù de stozze e crozze,
mo chi manche te credive jè nu Petre Bajalarde
che li scarpe verneceja cullu burre e cullu larde.
Pe lu cannarozze stritte (dice nu proverbie antiche)
ce furnisce casa e titte; ma, uaglió, i’ mo te diche
che lu Vecchie de Vedone nollu crede chiù nisciune:
joje sbàfene, cuntente, debbutate e lazzarune.
Lu Gargane jè cagnate: non ce sta lu trajenere
che tuccava, ‘nzunnacchiate, Sante Marche e San Zevere,
e la luna li faceva la chiù bella cumpagnia
cullu cacciunedde appresse, ch’abbaiava a meza via.
Jè cagnate lu Gargane: mo ce vedene parole
germanese e ‘merecane tra la menta e li vïole;
mo te pare de passà pellu Munne dilli Ricche
(‘ntrallazzeja pure tu, tricche-tracche e tracche-tricche).
Ma lu trene ‘lu Gargane non ce crede a quessa storia:
jè rumaste tal’e quale cu sciajateca e ciamoria.
Tosce e ajesce, ajesce e tosce pe sderrupe e fratte e frane
(te fa chiagne, lu vulisse vuttà propria culli mane).
Quanne pare che ci affonna e sta all’ùtema avunia,
Sant’Antonie fa la grazia culla Vergine Maria:
tosce e ajesce, ajesce e tosce, ma alla fine hadda scurcià
(chi tè legna va ‘n Zardegna) questa nostra civiltà.
I’ lu sacce lu rumanze de dda scèttema de pena:
quissu trene che va ‘nnanze, preta preta e rena rena,
culla voce ‘gnettecuta parla com’e Don Vincenze,
e te mette, se l’ha perse, uagliuncé, tutte li senze:
«I’ rumane tal’e quale; ve recorde a tutte quante
che, fenute Carnuvale, vè la Settemana Santa;
che ce sta lu capadàvete e ce sta lu capabbasce,
e pe forza ci hanna stà li giaiante culli vasce.
«Non credite che la vita non è chiù come ‘na rota:
site vuva che non zite quella gente de na vota,
quedda gente che magnava pummedore, pane e jogghie,
e cuntenta ci addurmeva cu nu sonne a ciavalogghie.
«I’ rumane tal’e quale, e v’augurie pure a vuva
che, se cra lu cumpanaje vè a mancà, cu carne e juva,
ve putite n’ata vota, com’e me, arrampecà
pe sciuppà sope sti prete sule pane e carità».12
Il nostos di chi è costretto all’esilio cristallizza i suoni e i profumi uterini: il latte materno si gusta fresco nella nostalgia degli sradicati. Troppo presto ci si è emancipati da un passato ancora troppo vicino. Mi viene da pensare al paradosso in cui cadono i giovani svezzati cquammeze [qui tra noi], superglobalizzati, ansiosi di spiccare il volo oltre la Maiella avvistata in lontananza, certi di meritare miglior destino, ben oltre la necessità del pane. In realtà più incoscienti e più insicuri, più a rischio di cadere in quei vuoti spaventosi che snaturano i riferimenti valoriali. Andiamo pure a vivere in giro per il mondo, ma portiamo dentro il nostro mondo! Questa la base dell’arricchimento: il mondo si edifica grazie anche al nostro apporto. La scelta migliore, allora, è quella di aprirsi e valorizzare le differenze. Non saranno i muri, fisici e culturali, a proteggerci dalle invasioni contaminanti, ma le nostre certezze di partenza, la consapevolezza del proprium di ciò che ci fa essere noi e ci distingue dagli altri. E le certezze (su chi siamo noi e chi sono gli altri) sono l’unica arma contro i fanatismi d’ogni tipo. Non devo sentirmi, dunque, migliore di qualcuno, ma certo di qualcosa. Non tenterò di assimilare l’altro a me e non mi lascerò assimilare passivamente, né in giro per il mondo né a casa mia, che da sempre è mediana fin dentro il midollo. Nell’incontro consapevole sta la migliore realizzazione, che scaturisce da una fruttuosa contaminazione.
Lingua strumento irrinunciabile di mediazione
La globalizzazione è il tempo della massima contaminazione culturale, in ogni campo espressivo. Quando si condividono i linguaggi si crea un senso di appartenenza. La musica, senza dubbio, è un linguaggio universale, il linguaggio dei linguaggi, la loro ibridazione costante. Ma la musica non può bastare. Tra i possibili più efficaci linguaggi, la vexata quaestio investe proprio la lingua. La letteratura è il punto dolente. Le mille e mille lingue, o le conosci o le leggi tradotte: qui tutta la questione scottante delle traduzioni, necessarie, ma che rischiano di tradire la purezza espressiva dell’autore-padre nella lingua-madre, come avverte Dante nel Convivio. A dir poco emblematico Giovanni Nadiani in romagnolo, in realtà in una lingua “bastarda” e contaminata, che riflette la modernità delle zone di confine e delle aree industrializzate della Romagna:
scorar13
…mo cum a scorla mai la cinesa d’vent én
ch’l’impines e’ scartoz dl’Happy Meal
a e’ McDrive d’Furlè pr i babin ch’rugia e ch’selta
a la fësta d’cvél ch’e’ ciumpes j én
cun al cruchet d’pol ulandes e al patatin surgelêdi
dla Quinta Stagione arscaldêdi ’t al bol d’un gras
ch’u n’smet mai d’frezar per la gioia di tutti…
lì d’ind’a venla cum à la fat a finì pröpi a lè
a j èl nench una mafia di McJob
e pu a sràla da bon cinesa?
E s’invezi d’rësar d’Canton o a d’Changchun
la fos d’Dong Dang o d’Phnom Pehn
par cal mâmi toti licêdi in furastrê
ch’al s’dis tra d’lo al paról dla television
cs’a cambiarebàl mo e te d’toti ch’al lèngv
cs’a capiresta che orma t’a n’capes piò gnît
gnânch cvând ch’t’travirs la tu strê
tajênd a mez i scurs dal badanti
ch’al s’dà la vós da un os a ch’l’étar in ros
pinsend in pulach muldav e ucraino
cun i vec de’ pöst ins al caruzël
a sbavê j ultum gnèch ’t’na lèngva
ch’la murirà dè par dè cun lo…
e d’drì d’cal do carvaj d’oc inacvarì
sota l’ela de’ bartì ros cs’a vdiràla la cinesa
d’là da l’asfelt arbulì dla via Emilia
e’ fom de’ pulpiton ch’sfiameta ’s la lastra
e’ bancon cun al cas ch’sona l’incas brisa su?
Una steia cun di s-cen o una lerga a ris?
Dal muntâgn élti sémpar cun i vec
ch’i n’l’aspeta piò e j oc d’clu
ch’u j avleva dêr un bês prema ch’la s’aviês?
O la sua tâna cun étar dis coma lì
in via Risorgimento indó’ ch’la n’veda l’óra
d’turnê par cavês e’ gras da dos slunghêr i pì
dnenz a Sky e fumês ’na Emmesse…14
La lingua contraddistingue fortemente l’identità umana: «Non si abita un paese, si abita una lingua. Una patria è questo, e niente altro»15, scrive Emil Cioran, filosofo rumeno a Parigi. L’identità e l’appartenenza sono legate più all’espressione e al pensiero che alla geografia. Tuttavia, e proprio per questo, la lingua resta un veicolo estremamente efficace, irrinunciabile, di mediazione. Ne dà prova Lino Angiuli, «poeta e organizzatore di cultura che ha fatto dello sperimentalismo linguistico, della ricerca sulle contaminazioni antropologiche e delle collaborazioni collettive la specificità della sua poetica»16, con una poesia in valenzanese e danese:
Helsingør17
Vénda chiène de lambadine e renghë
u bbasteménde ammocche da na vanne all’alde
pe ffà u bbuche jind’o nord de la nótte
lìendelìende còume a nna malombre po finalménde
sfrusce la matine acquanne se smicce
nu sórte de castìedde mbrejache de negghie
der er han der her han se det?
ih! séine! u vegghe e vegghë ca me véne ngùedde
iè próbbië ddà addò u còure palangrìedde
scî ad accite attanne e fratë ma déi
pe nzaccarse ngape na cròune de scrâsce
e scapparasinne che le menne de la mamme mmane
der er han der er han se det?
ih! séine! u vegghe e më vegghe ddà ca sbatteche la cape
da nu cóst’o u ualde com’a stu bbasteménde
pe petermë abbesquà nu squicce de régghie
e sgamà u vìende ca me spenge da dréite
u cendròune ca nzùenne me chemmanne a bbacchétte
velkommen til Kronborg velkommen hjem.18
Le difficoltà legate alla lingua sono sintomatiche della misteriosa condizione umana. Si pensi a Babele: l’arroganza punita dalla confusione. E ai discepoli di Cristo nell’atto di riscoprirsi capaci di comprendere tutti gli astanti: la diversità vinta dall’amore. Giungere a parlare una stessa lingua semplificherebbe la vita di tutti, ma al costo di perdite inqualificabili, di regressi spaventosi: un pensiero stupido che disperde millenarie storie di sedimentazioni culturali. La porta più giusta è sempre quella più stretta: l’incontro consapevole di diversi che accettano la sfida dell’intesa, si studiano, si comprendono e vicendevolmente si edificano. Le barriere linguistiche – ha affermato Daniele Maria Pegorari – non sono affatto impedimento verso la costruzione di una comunità dialogante, e la poesia funge da balsamo per medicare certi traumi della storia. Si pensi allo Shemà di Primo Levi19, invito agghiacciante a fare memoria della Shoah, la forma più terrificante che l’essere umano abbia escogitato per negare dignità alle diversità, l’agonia delle diversità, che nei campi di sterminio si sono ritrovate. Ho provato a trasporre nella mia lingua carnale, con tremendo timore, l’enfasi di quei versi:
Ndinne20
Vuja ché ccambate sanzamene
plàcete cigghiate alla hjaragghia
vuja ché ssupérchie menestrate
calle mbétte e ndurne vise amice
rendennìteve: jè ccrestijane
chi ce accide mbise nde la lota
senza pace e chéd’è nu recétte
chi ce acciaffa pe lla paparotta
e da llu mbérne fa jiscie e trasce?
Ite viste ma’ mamme alla nuda
senza vèsta cera de risciore
senza nòme e senza nnumenata
jòcchiera fòre e sone mmacande
com’e rranónghie nde lu strezzore?
Ce accade? Supérchie, è ccapetate.
Màrcheteli ngórpe sti paròle
sìgneli a foche pùrteli apprésse.
E quanne te chjiche e po repuse
quanne te jitte e po vide jurne
tu arraccóndeli cu sta mupìja
o ssi mura t’anna sfracchià ngórpe
na bbrutta malatìja e fìlete
spùrcete nón d’anna spijà mbacce.21
Levi mi riporta a Torino. Ecco, allora, un componimento di Granatiero ispirato alla multietnicità del capoluogo piemontese (dove vive) e all’opera d’arte luminosa permanente di Michelangelo Pistoletto che ha riprodotto l’espressione love difference [amare la differenza] in trentanove lingue in un luogo simbolico della città, il mercato di Porta Palazzo, storica sede di convivenza di ogni genere di mondi. Il poeta si rivolge alla compagna polacca, usa più lingue, tra cui il mattinatese e il torinese, e chiude con l’immagine di Atu (nome africano) che sorridente pesa i lampacioni:
Porta Palazze22
Aniu ne manghë tutaj
paròule kochać różnicę don’t cry
stanne de chése cqua polacche
e stanne ggiargianise de Shanghai
nd’a nna vendre de vacche
A l’é nen mach piemontèis
a l’à pì nen la Fiat a l’é cortèis
Turin love difference a l’à ’d piasse
bele larghe e l’Africa ambrassa
e tuti ij continent Pòrta Palass
Mi plaza que te quiero ad òure
ad òure la carne ce pèise a trapisë
la marcanzije a bbombise
Porta Palazze cuquigghie d’addòure
de mére lundéne e dë sedòure
Ania nd’ ‘i scianghe de Shanghai
Arabic music manîsce sciucche
gni parlë mméscke paure e nonchalancë
Atu vocche a risë métte ndla velanze
nu chine lambascjune.23
I poeti «possono dire di più e meglio se non usano un solo codice, ma ibridano la lingua madre con altre ancora più parziali o, viceversa, con le grandi lingue nazionali»24. Con quel loro «tessuto sonoro polimorfo»25, quell’«inchiostro policromo e irrinunciabile della scrittura creativa», stabiliscono «un coro di voci capaci di ridurre le distanze mescolando acque e lingue, ritmi e grafie, nomi di cose e di persone, all’insegna di un sogno non impossibile da sperimentare: se le culture riescono a dialogare, perché non possono fare altrettanto i commerci, le politiche, le storie e le geografie? Perché non possono farlo i cuori?»26
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Porta Palazzo, Tettoia dell’Orologio, Torino
Le trascrizioni fonetiche delle voci dialettali che compaiono in questa pagina sono fedeli alle scelte ortografiche operate nelle pubblicazioni editoriali di riferimento.
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- M. Buber, Ich und Du [Io e Tu], Insel-Verlag, Lipsia 1923. ↩︎
- F. Granatiero, L’assemigghie [Rassomiglianze], in U iréne [Il grano], prefazione di G. Tesio, Mario dell’Arco, Roma 1983. ↩︎
- [Ora non possiamo più / parlando dire «io» e «tu», / né spartire possiamo / il tuo e il mio. // Questa topolina imbroglia / tutte le matasse / e, seppure delle madri / sia questo il meglio spasso, / tu, ora, non andare cercando / rassomiglianze. // Questa bambina nostra, / questa cosa che ci è figlia, / è nuova in tutto; / e, quando ride, ride, / né con i miei né con i tuoi, / con gli occhi suoi. // Questa figlia non dev’essere / uno specchio dove / poterci ammirare; / e noi dobbiamo cercare / in questi occhi azzurri, in questo mare profondo, / lei soltanto e il mondo / di quest’anima nuova.] ↩︎
- G. W. F. Hegel, Lezioni sulla filosofia della storia, Duncker und Humblot, Berlino 1837. ↩︎
- D. Marcheschi, prefazione a Maremare: antologia poetica mediterranea, a cura di L. Angiuli, M. R. Cesareo e M. Marincović, Adda, Bari 2017, p. 7. ↩︎
- L. Angiuli, Un mare di noi, in Maremare, cit., pp. 11-12. ↩︎
- S. Castles, M. J. Miller, L’era delle migrazioni: popoli in movimento nel mondo contemporaneo, presentazione di S. Mezzadra, Odoya, Bologna 2012. ↩︎
- F. Villon, Ballade des menus propos [Ballata delle cose ovvie], in Le Testament, 1461. ↩︎
- A. Panetta, Ballata d’i cosi i nenti [Ballata delle cose da niente], in Na folia nt’è falacchi [Un nido nel fango], a cura di N. Garofalo, CFR, Como 2011. ↩︎
- [Riesco a distinguere lontano dieci metri / una pulce sul manto di una capra. / In un istante inquadro una persona / da come segna il passo, da come mi saluta. / Basta la sera che alzi gli occhi al cielo / per indovinare quante gocce cadono / o se domani il sole spezza i sassi. // Io tutto questo so ed anche altro / ma chi son io non ho imparato ancora. // Distinguo al buio il monaco dall’abito / e dallo sguardo il servo dal padrone. / Quand’uno parla ne avverto i sottintesi, / so dove stanno i pazzi, dove i savi. / Da quale botte nasce il vino buono / e l’olio migliore da quale otre cola. / Io tutto questo so ed anche altro / ma chi son io, non ho imparato ancora. // Capisco al volo l’invidia del mulo / quando sente il cavallo galoppare. / O la paura del topo nella tana / mentre il serpente vi ci infila la lingua. / So chi guadagna, chi invece è perdente / ogni giorno che il mare fa la ruggine / e sforna nuove bocche da sfamare. // Dov’è nascosto il Bene io pure so / che il Male trovi gratis al mercato / so che la Morte è la giusta misura / ma chi son io, non ho ancora imparato.] ↩︎
- J. Tusiani, Lu trene ‘la Garganeca [Il treno della ferrovia garganica], in Tìreca-tàreca [Filastrocca]: poesie in vernacolo garganico, a cura di A. Motta, T. Nardella e C. Siani, illustrazioni di F. Troiano, Quaderni del Sud, San Marco in Lamis 1978; ora in Storie dal Gargano: poesie e narrazioni in versi dialettali (1955-2005): antologia completa dell’autore con inediti, a cura di A. Motta, A. Siani e C. Siani, Quaderni del Sud, San Marco in Lamis 2006, pp. 116-119. ↩︎
- [Il Gargano è cambiato: ti faceva impressione / con le pietre arroventate, con il povero cafone / che partiva la mattina col somaro e la bisaccia / e la disperazione scritta nel cuore e scritta in faccia. // Ora son ville a non finire, case belle quanto mai, / ora nessuno vuol sentire parlar più di tozzi e sudiciume, / ora chi nemmeno immaginavi è un Pietro Abelardo / che le scarpe se le lustra con il burro e con il lardo. // Per desiderio di gola (dice un proverbio antico) / ci si rimette casa e tetto; ma, caro mio, io ti dico / che al Vecchio Guidone non gli crede più nessuno: / oggi sbafano, contenti, deputati e mascalzoni. // Il Gargano è cambiato: non c’è più il carrettiere / che viaggiava, insonnolito, tra San Marco e San Severo, / e la luna gli faceva la più bella compagnia / con il cagnolino dietro, che abbaiava per la via. // È cambiato il Gargano: ora si sentono parole / tedesche e americane tra la menta e le viole; / adesso ti sembra di passare per il Mondo dei Ricchi / (intrallazza pure tu, tricche-tracche e tracche-tricche). // Ma il treno del Gargano non ci crede a questa storia: / è rimasto tale e quale con la sciatica e il raffreddore. / Tossisce ed esce, esce e tossisce fra dirupi, fratte e frane / (ti fa piangere, quasi quasi lo spingeresti con le mani). // Quando sembra che sprofondi e sia all’estrema agonia, / Sant’Antonio fa la grazia con la Vergine Maria: / tossisce ed esce, esce e tossisce, ma alla fine la spunterà / (chi ha scilinguagnolo va dappertutto) su questa nostra civiltà. // Io conosco quella storia di affanno e di pena: // questo treno che va avanti, tra pietraie e per terreni / con la voce malaticcia parla come don Vincenzo, / e ti ridà, se lo hai perso, ragazzino mio, tutto il giudizio: // «Io rimango tale e quale; e ricordo a tutti quanti / che, finito carnevale, vien la Settimana Santa; / che ci sono le salite e ci sono le discese, / e devono esserci per forza i giganti insieme ai nani. // «Non pensate che la vita non sia più come una ruota: / siete voi che più non siete quella gente di una volta, / quella gente che mangiava, pomodoro, pane e olio, / e serena s’addormentava con un sogno a cavalluccio. // Io rimango tale e quale, e auguro anche a voi / che, se domani il companatico viene a mancare, con carne e uva, / possiate un’altra volta, come me, arrampicarvi / per strappar da queste pietre solo pane e carità.] ↩︎
- G. Nadiani, scorar [parlare], in Eternit®, Cofine, Roma 2004, pp. 42-43. ↩︎
- […ma come parlerà mai la cinese di vent’anni / che riempie il cartoccio dell’Happy Meal / al McDrive di Forlì per i bambini che gridano e saltano / alla festa di compleanno / con le crocchette di pollo olandese e le patatine surgelate / della Quinta Stagione riscaldate nelle bolle di un grasso / che non smette mai di friggere per la gioia di tutti… // lei da dove viene come ha fatto a finire proprio lì / c’è forse anche una mafia dei McJob / e poi sarà davvero cinese? / E se invece di essere di Canton o di Changchun / fosse di Dong Dang o di Phnom Pehn / per quelle mamme tutte leccate in fuoristrada / che si parlano nella lingua della televisione / cosa cambierebbe mai e io di tutte quelle lingue / che cosa capirei che ormai non capisco più nulla / nemmeno quando attraverso la mia strada / tagliando a metà i discorsi delle badanti / che si chiamano da una porta all’altra in russo / pensando in polacco moldavo e ucraino / coi vecchi del posto sulle carrozzelle / a sbavare gli ultimi lamenti in una lingua / che morirà giorno per giorno con loro… // e dietro quelle due fessure di occhi annacquati / sotto l’ala del berrettino rosso cosa vedrà la cinese / oltre l’asfalto ribollito della via Emilia / il fumo del polpettone che sfrigola sulla lastra / il banco con le casse che suona l’incasso non suo? / Una stia con esseri umani o una distesa a riso? / Montagne altissime con i vecchi / che non l’aspettano più e gli occhi di colui / che la voleva baciare prima che partisse? / Oppure la sua tana con altri dieci come lei / in via Risorgimento dove non vede l’ora / di tornare per togliersi il grasso di dosso allungare i piedi / davanti a Sky e fumarsi una Emmesse…] ↩︎
- E. Cioran, Exercices d‘admiration, 1986. ↩︎
- D. M. Pegorari, Le radici poetiche dell’Europa, prefazione a Luoghi d’Europa: antologia poetica internazionale, a cura di L. Angiuli e D. Battaggia, prefazione di D. M. Pegorari, La Vita Felice, Milano 2015, p. 5. ↩︎
- L. Angiuli, Helsingør [Elsinore], in Luoghi d’Europa, cit., pp. 96-97. ↩︎
- [Ventre pieno di lampadine e aringhe / il bastimento oscilla da una parte all’altra / per fare il buco dentro il nord della notte / lentolento come una limaccia poi finalmente / sfruscia il mattino quando si sbircia un grande castello ubriaco di nebbia // eccolo là eccolo là lo vedi? / ih! sì! lo vedo e vedo che mi viene addosso / è proprio là dove il cuore bambinello / andò a uccidere padre e fratello un giorno / per insaccarsi in capo una corona di rovi / e scapparsene con i seni della mamma in mano // eccolo là eccolo là lo vedi? / ih! sì! lo vedo e mi vedo là che sbatto il capo / da una costa all’altra come ‘sto bastimento / per potermi buscare uno sgocciolo di requie / e sgamare il vento che mi spinge da dietro / il centrone che in sogno mi comanda a bacchetta // benvenuti a Kronborg benvenuti a casa.] ↩︎
- Shemà [Ascolta] è la poesia che apre il celebre libro di memorie Se questo è un uomo (De Silva, Torino 1947). ↩︎
- L. Ianzano, Ndinne [Ascolta], in Spija nGele [Scruta il Cielo], s.e., San Marco in Lamis 2016. ↩︎
- [Voi che vivete senza meno / beati rigenerati nel tepore della brace / voi che di sicuro mettete in tavola / riscaldati in petto e attorniati da visi amici / rendetevi conto: è persona / chi si sfianca nel fango / senza pace e un benché minimo riposo / chi si azzuffa per la poltiglia / e dall’inferno va e viene? / Avete mai visto mamme nude / senza veli sguardo pudico / senza nome e senza reputazione / straziate e sgraziate / come rane nel gelo? / Ci può stare? Certamente, è accaduto. / Marchia dentro di te queste parole / segnale col fuoco portale dietro. / E quando ti affatichi e poi ti riprendi / quando ti abbandoni e poi vedi tornare la luce / tu raccontale con questa stessa enfasi / o la tua casa ti schiacci / (ti colga) un brutto male e i tuoi figli / astiosi ti abbiano in disprezzo.] ↩︎
- F. Granatiero, Porta Palazze [Porta Palazzo], in Luoghi d’Europa, cit., pp. 54-55. ↩︎
- [Ania non manca qui / parola kochać różnicę don’t cry / sono di casa qui polacchi / e sono giargianesi di Shanghai / in un ventre di vacca // Non è solo piemontese / non ha più la Fiat è cortese / Turin love difference ha piazze / belle larghe e l’Africa abbraccia / e tutti i continenti Porta Pila // Mia piazza che t’amo come / l’oro la vita qui si pesa a once / la mercanzia a buon peso / Porta Palazzo conchiglia di odori / di mari lontani e di sudori // Ania nel ciarpame di Shanghai / Arabic music palpeggia gonne / ogni cadenza mescola paure e nonchalance / Atu sorridente mette nella bilancia / un chilo di lampacioni.] ↩︎
- D. M. Pegorari, Le radici poetiche dell’Europa, prefazione a Luoghi d’Europa, cit., p. 5. ↩︎
- D. Marcheschi, prefazione a Maremare, cit., p. 9. ↩︎
- L. Angiuli, Un mare di noi, in Maremare, cit., p. 14. ↩︎
